mercoledì 21 settembre 2011

Fondazione Campanella: maneggiare con cura!

In questi giorni, nel Consiglio regionale calabrese, si è consumato l'ennesimo atto della commedia dell'assurdo della sanità calabrese. Dell'affare trasversale, incrociato e bipolare, considerato alla stregua di un conto corrente personale, acceso presso la banca sanitaria più accessibile, dalla quale si attingono i consensi e si fanno affari: "la Fondazione T. Campanella". Prima di approfondire l'argomento una osservazione sulla delibera di Giunta n. 356 del 29-7-2011, è d'obbligo perchè il senso reale delle cose lo si percepisce dal quintultimo capoverso contenuto nelle premesse: "tenuto conto del parere espresso dal Dirigente responsabile dell'Ufficio Legislativo, espresso in calce alla "Camicia" di deliberazione e via mail". Cioè, come prendere le distanze dal contenuto del documento epperò condividerne le finalità. Perchè ci vuole faccia tosta a citare nel preambolo della stessa delibera l'art. 5 della legge regionale n.11 2009, già dichiarato incostituzionale con sentenza 267/2010 per la parte che riguarda il passaggio del personale della Fondazione nella struttura della Mater Domini e affermare, poi, nell'art. 10 della legge, approvata in Consiglio che il personale dipendente della Fondazione continuerà a prestare la propria attività previa la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato con Fondazione Campanella o l'Azienda Mater Domini a seconda dell'Unità Operativa di appartenenza. La continuazione della legge è un susseguirsi di illegittimità e di incostituzionalità, complessivamente, è un manuale di assurdità giuridiche prodotto da un Ente Pubblico, da fare studiare nelle università quale esempio da non emulare. Il suggello di tutta la mole di assurdità contenute nelle 5 pagine della legge si riassume nell'art. 11, quello delle Abrogazioni, con un colpo di spugna vengono cancellati 7 anni di finanziamenti pubblici erogati ad una struttura privata, costati ai calabresi circa 150.000.000, 00 di euro; 7 anni di illegittimità; 7 anni di bilanci mai resi pubblici; 7 anni di acquisti fatti senza alcuna evidenza pubblica; 7 anni di assunzioni fatte senza alcuna procedura selettiva, 7 anni di Consiglieri di amministrazione e Presidenti che si sono avvicendati e che hanno mercificato la loro postazione. Il comma 3 dell'art. 11 recita "per effetto delle suddette abrogazioni , con l'entrata in vigore della presente legge cessa l'efficacia delle disposizioni contenute nelle DGR n. 482/2004 e n. 798/2004, per incompatibilità sopravvenuta nonchè di tutti gli atti e provvedimenti in contrasto con la stessa, ma sono fatti salvi gli effetti già prodotti". Insomma signore e signori abbiamo scherzato, nulla è successo si ricomincia tutto daccapo. Altro giro altro vincitore! La Fondazione avrà natura giuridica pubblica, gli daremo altri quattro anni di tempo per farla diventare Irccs , il personale cambierà il suo status giuridico, da personale dipendente di una Fondazione privata, diventa personale a tempo determinato di una struttura pubblica e può optare se stare nell'azienda Mater Domini o nella Fondazione Oncologica Pubblica, in attesa dell'espletamento dei concorsi che l'azienda Mater Domini o la Fondazione Campanella, che si faranno entro il 31.12.2012... Ma la sanità calabrese non è commissariata e sottoposta ad un Piano di Rientro dal disavanzo, che hanno definito di lacrime e sangue? E le assunzioni non sono bloccate? E la Fondazione Tommaso Campanella è accreditata con il Servizio sanitario regionale? Ma, soprattutto, questi esperti giuridici dove li abbiamo raccattati?


P.S. Il finale è scontato, i tavoli ministeriali di monitoraggio del Piano di Rientro dal debito sanitario bloccheranno l'ennesima legge burla, però i politici avranno la coscienza a posto per averla approvata, o essersi astenuti dal voto, per consentirne l'approvazione. Al solito, noi calabresi continueremo a pagare le tasse più alte e ad avere la qualità sanitaria più bassa d'Italia, tanto, ci siamo talmente abituati che ormai non ci facciamo più caso!

giovedì 16 giugno 2011

Quanto costa essere Calabrese!


E' da un mese che provo a consultare, online, i costi dei voli per Milano in partenza da Lamezia Terme e viceversa. Più o meno da quando è partita la campagna pubblicitaria per attrarre i turisti in Calabria, quella con i bronzi che giocano a "bimbumbalegiù" per decidere se recarsi in vacanza al mare o ai monti. A me non piace, quando l'incrocio in Tv o su Internet la evito, sono colta da un senso d'impotenza e di inadeguatezza, forse, retaggio della mia educazione "bigotta" che mi ha forgiato al rispetto della cultura e della bellezza in qualsiasi forma essa si manifesti. Avrei anche preferito tenere per me la cosa, se ciò che devo dire non è strettamente legato al primo rigo della mia riflessione. Quanto costa prendere un volo da Milano e ritorno se si vuole scendere in Calabria solo per un weekend? La prima risposta data d'istinto è : la Calabria bella e impossibile , perchè i costi e i disagi che si dovranno affrontare la renderanno tale. Mi soffermo solo sul costo del biglietto aereo. Per giungere in Calabria partendo da Linate, ma anche dagli altri aeroporti lombardi, si spendono dalle 200 alle 300 € di volo a persona. E , naturalmente, di questi tempi con i tagli alle ferrovie, all'arrivo in Calabria , risulta necessario noleggiare una auto, altrimenti la mancata coincidenza degli orari farebbe perdere un giorno del prezioso week-end. Se invece si decide di arrivare a Crotone i costi partono da 340 €. Insomma , per due giorni in Calabria si spenderanno, se andrà bene solo per il trasporto, dalle 400 alle 500 €. Che sberla ragazzi!
E adesso, finalmente, ho capito la genialità dello spot e la stretta relazione che c'è tra i Bronzi e i Gonzi. Complimenti Presidente, in un colpo solo ha centrato due obiettivi è riuscito a ridicolizzare i nostri bronzi e nessun gonzo verrà, con questi prezzi, in Calabria!

mp

domenica 12 giugno 2011

Fatti non parole! Adesso bisogna andare a votare. 4 SI

Gli italiani oggi debbono andare a votare questo è il momento dei fatti!
Oggi, 12 giugno, compieremo un gesto rivoluzionario. Ci recaremo alle urna e faremo la fila per ribadire qualche concetto basilare della nostra Costituzione. Per esprimere il dissenso sulle scelte ambientali che altri vogliono prendere al posto nostro, per affermare che l'acqua non è un affare ma è il nostro bene comune e che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Tutto qui!

Raggiugere il quorum nella giornata di oggi sarebbe la dimostrazione più alta del significato di democrazia. Andiamo a votare.

Un gesto rivoluzionario? Una congiura anarchica? Una provocazione di gruppi estremisti? No solo l'esercizio di un diritto.
Io voto 4 SI!

martedì 3 maggio 2011

VOGLIO ACCEDERE AL SERVIZIO SANITARIO CALABRESE SENZA SCORCIATOIE!

E’da stamattina che provo a prenotare una mammografia in uno degli ospedali pubblici di Catanzaro. Ho la prescrizione medica, una penna, un foglio di carta, come mi ha suggerito la voce gentile e suadente della segreteria telefonica del numero verde dell'Ospedale Pugliese 800990122. Aspetto pazientemente 10 minuti fino a quando la voce metallica mi consiglia di riprovare più tardi. Faccio riprovare alla mia amica forse è più fortunata di me, niente. Provo a chiamare anche l'Azienda ospedaliera Mater Domini allo 0961/3647213 per quattro volte, il numero risulta libero però nessuno risponde. Riprovo con la signorina del numero verde, inutile. “Il numero verde”, mi ha detto un operatore amministrativo del Pugliese, quando esausta ho provato ad avere qualche informazione in più, “è gratuito ci sono 8 centralinisti appena si libera qualcuno risponde alla chiamata“, ma evidentemente l’attività di prenotazione del Pugliese è frenetica, per tre ore nessuno mi ha risposto.
Tra una telefonata e l’altra provo a cercare su internet se esiste un sistema di prenotazione diverso. Mi imbatto nel progetto della provincia di Catanzaro denominato cat@hospital, che è stato pubblicizzato per oltre tre anni ma che non ha raggiunto il fine per il quale era stato progettato e attivato, cioè quello di essere l'unico centro per le prenotazioni per la provincia di Catanzaro. Pura fantasanità per la Calabria, ( i cittadini avrebbero potuto accedere direttamente online e prenotarsi, il sistema è partito a singhiozzo e via via le aziende non hanno più aderito) Le liste d'attesa sarebbero state pubbliche sia per l'attività normale che per quella a pagamento, troppa efficienza e trasparenza, non poteva decollare.
Io però la mammografia la devo fare. Provo a telefonare al numero, per le prenotazioni a pagamento, che mi ha suggerito la voce metallica del numero verde. I primi tentativi sono inutili perché dà occupato, poi per gli altri sette tentativi squilla ma non risponde nessuno. E meno male che il numero suggeritomi dalla segreteria è quello per le prenotazioni a pagamento. Neanche se pago riesco a prenotarmela 'sta mammografia.
Conclusione, oggi ho sprecato la mia giornata al telefono. Ancora non ho prenotato la mammografia e sò già che la lista d'attesa per fare una mammografia arriva fino a dicembre, così mi ha detto la mia amica che ieri ha prenotato la sua direttamente in ospedale.
Potrei telefonare a qualche amico, così, riuscirò a saltare la fila, ma ho deciso di provare a fare le cose per bene, voglio accedere al servizio sanitario regionale calabrese senza scorciatoie, domani riproverò!

domenica 1 maggio 2011

I CONTI DELLA SANITA' IN CALABRIA? CHIACCHIERE E DISTINTIVO...

Quant’è il disavanzo sanitario in Calabria? Vince chi dice il numero più piccolo; e anche se non è quello reale, chissenefrega! L’importante, par di capire, è averlo detto per primi. Non è difficile partecipare a questo gioco, basta avere un ruolo politico e poi sparare una cifra, tanto qualsiasi numero si dirà andrà bene. Chi ha gli strumenti per controllare e soprattutto chi ne ha voglia?Il Governatore della Calabria all’Unical ha organizzato un meeting del Pdl e offerto alcune cifre sul disavanzo sanitario. Ma il numero più strano è stato quello che ha certificato anche la Kpmg, la società di revisione ingaggiata dal Governo da quasi tre anni per affiancare la burocrazia regionale nella quantificazione del debito.Il risultato prodotto è stato quello di dare dei numeri discordanti con quelli già precedentemente certificati, sia perché relativi ad anni diversi, sia perché, volutamente, sono stati dati al netto delle tasse regionali pagate dai contribuenti calabresi a copertura parziale del disavanzo.E’ facile giocare a questo gioco, non si richiedono competenze elevate, basta aprire la bocca e dare numeri! Tanto nessuno dirà il contrario , perché si possono dare tutti i numeri che si vogliono, e se qualcuno mette in dubbio le cifre basterà rettificare quando a nessuno gliene fregherà più niente. Ma torniamo alla sostanza. La sostanza è tutta scritta nella relazione del 30 marzo fatta dal -Tavolo Tecnico Ministeriale per la verifica degli adempimenti regionali con il Comitato permanente per la verifica dei livelli essenziali di assistenza- . Dalle conclusioni richiamate dal comunicato del ministero, capiamo che siamo messi malissimo, decisamente peggio di prima, poiché le inadempienze del piano di rientro sopravanzano le piccole adempienze, e tutto si conclude con la concessione di un prestito da restituire in trent’anni .Per il quale, grazie alla manovra finanziaria regionale di fine anno, già abbiamo iniziato a pagare la tassa sulla benzina ed è stata aumentata l'addizionale regionale. Mentre "le inadempienze non hanno prodotto le condizioni per l´erogazione delle risorse relative al Fondo per le aree sottoutilizzate relative ai programmi di interesse strategico". L’unica certezza evidenziata nella relazione è la quantificazione dei conti 2001-2009, che il settore finanziario del Dipartimento della Regione, a sei mesi dalla nomina della nuova dirigente, ha consegnato al Ministero della salute. Riuscendo a dare dignità contabile alla sanità calabrese di una Regione, definita, lo ricordate?, dal Ministro Sacconi come una Regione che conserva i dati contabili per tradizione orale (su questo evento impossibile per la giunta Loiero, Lucarelli ci farebbe una puntata).
Insomma, si rincorrono i dati più convenienti, si sparano proclami di buone intenzioni ma la sostanza resta invariata. Questo è il succo che emerge dalla relazione pubblicata nel comunicato stampa del ministero della salute. Le uscite roboanti sull’argomento del disavanzo e del debito sanitario fanno audience e, considerato il momento elettorale, si è convinti che se viene comunicato il numero più basso, vi saranno nuovi consensi. Ma in realtà si produce solo confusione e una maggiore deresponsabilizzazione di tutti i soggetti che attualmente governano il sistema sanitario (Commissario, Sub-Commissario, Direttore Generale, Dirigente al Piano di rientro, Subdirigente al piano di rientro e via elencando). La programmazione del nostro futuro sanitario, poi, resta un’araba fenice. Si è confuso il debito con il disavanzo, il piano di rientro con il piano sanitario, i livelli essenziali di assistenza con i tagli indiscriminati, mentre la mobilità sanitaria continua ad essere la voce più elevata della nostra sanità. L’ultimo gioco dei numeri è quello della cifra relativa al riparto delle risorse sanitarie nazionali alle varie Regioni, si dice che la Calabria abbia strappato 40 milioni di euro alle altre regioni. Ma non si dice che la percentuale complessiva che è toccata alla Calabria è inferiore a quella dello scorso anno. Dimenticando che questa non è la gara a chi la spara più grossa ma rischia di diventare la corsa “senza ostacoli” verso l’abbassamento dei livelli di assistenza e chi pagherà, al solito, saranno i più deboli, che continuano a vedere conculcato il diritto alla salute.La verità è che il Mezzogiorno, dalla ripartizione delle risorse sanitarie, è uscito a pezzi, infatti ha ricevuto meno risorse dello scorso anno - in buona parte per le obiettive incapacità delle Regioni di tenere in ordine e sotto controllo i propri conti sanitari - e perde per strada 681 milioni di euro.Questa è la sostanza, il resto solo chiacchiere e distintivo...

venerdì 15 aprile 2011

"FARANNO IL DESERTO E LA CHIAMERANNO PACE"Vittorio Arrigoni .


“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.

Vittorio Arrigoni, Gaza, 8 gennaio 2009
(Grazie ad Alina F. per la segnalazione)



.

giovedì 31 marzo 2011

Fondazione Campanella, aspettando Godot!

Gli interessi di parte e le logiche clientelari, anche questa volta, in Calabria, hanno prevalso sul buonsenso e sulla responsabilità del governo della cosa pubblica. La ventata di rinnovamento a più riprese annunciata, che speravamo venisse concretizzata dai fatti, ancora non c’è e ci resta ancora il dubbio che si tratti di slogan vuoti, utili solo a fare cassa di risonanza elettorale. E, quindi, ci risiamo. La buccia di banana è la solita e nessun governo che si avvicenda in Calabria riesce a scansarla. La Fondazione Campanella è sempre lì, in agguato, ad ogni scadenza delle proroghe "farsa". Così, anche l’altro giorno il Consiglio regionale per l’ennesima volta ha prorogato, questa volta di nove mesi, non la Fondazione Campanella ma il metodo consolidato di fare sanità in Calabria. La cosa più evidente che è emersa è che la Fondazione Campanella mette tutti d’accordo. Sia il centrodestra che il centrosinistra affrontano il problema come lo struzzo, senza alcuna discontinuità e, con le stesse argomentazioni a supporto. Ad eccezione, di un consigliere di Idv. Le risorse fino ad oggi drenate da una struttura privata mai accreditata dal Servizio Sanitario regionale (né autorizzata) hanno superato i 145 milioni di euro. E, nonostante, i ripetuti richiami, della Corte dei Conti, della Commissione alla Sanità e della Guardia di Finanza, in ordine alle illegittimità diffuse operate per scelta dall’ex giunta Chiaravalloti, attuata da Loiero e prorogata dall’attuale governatore, nulla è stato modificato. Nonostante, il piano di rientro dal disavanzo sanitario presentato al Governo, proprio nell’articolo che riguardava il trasferimento in blocco del personale assunto dalla Fondazione Campanella nei reparti del Mater Domini, sia stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, non si è ritenuto “opportuno” dipanare quello che è diventato il guazzabuglio giuridico per il quale è stata contestata, a più riprese, l’erogazione illegittima dei finanziamenti.Insomma, quando si tratta di chiudere strutture che non producono clientele si trova l’accordo, quando si deve intervenire per dare legittimità all’intera gestione dell’oncologia calabrese prevalgono gli interessi di bottega. È da sei anni che si gira intorno all’argomento del riconoscimento in Ircss di una struttura privata finanziata interamente dai soldi dei calabresi (paghiamo Irap addizionale Irpef e l’imposta sulla benzina anche per mantenere questo stato di cose) ed è ormai chiaro che è impossibile la trasformazione in Istituto di ricerca e cura. E semmai ciò dovesse avvenire, allora, la Fondazione Campanella dovrà cambiare la sua natura giuridica da privata a pubblica. Sembra di essere nel teatro dell’assurdo, si gira intorno al problema e si aspetta. Intanto, però esultiamo per i risultati raccolti a Roma al tavolo Massicci, ovvero, per il momento della concessione di un mutuo trentennale, che pagheremo noi, al solito e nello stesso modo, con i tagli delle prestazioni essenziali e con l’aumento dei ticket. Mentre, intanto, tutti insieme, aspettiamo Godot!

martedì 8 marzo 2011

Una scelta assai discutibile dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro per l’8 Marzo

Che significato ha, oggi, celebrare l’8 Marzo ?
E’ trascorso più di un secolo dall’assassinio di 129 operaie nella fabbrica tessile di New York, morte d’asfissia, intrappolate in uno spazio che avrebbe dovuto garantire loro la vita. Ogni mattina si recavano in quella fabbrica perché il “lavoro” avrebbe dovuto emanciparle, riscattarle e invece il tempo trascorso fra macchinari e “alienazione” diviene tempo di morte, tempo che opprime, che soffoca persino il desiderio di maternità. Sono negati infatti gli spazi e i tempi per le lavoratrici madri che, insieme a tutte le altre donne, decidono di rivendicare.E’ proprio allora che la disumanità si esplicita e lo sciopero delle operaie viene stritolato fra le fiamme di un incendio che le tiene tutte intrappolate e poi le uccide.Quelle donne rivendicavano il diritto di lavorare e di diventare madri, di occuparsi dei propri bambini e di autodeterminare i tempi della maternità, quelle donne vengono uccise perché la società maschilista di allora negava alle donne il potere dell’autodeterminazione.Fu allora che l’Onu e il mondo si accorsero che le donne facevano i bambini, fu allora che si comprese il senso della lotta di quelle operaie.
Celebrare l’8 Marzo a distanza di 100 anni ha senso eccome, soprattutto qui, soprattutto ora. A Catanzaro, unica città italiana nella quale Assessore provinciale alle Pari Opportunità è un uomo. Ricordiamo a chi legge che l’esigenza della nascita delle commissioni per le pari opportunità è datata 1984 perché sia consentita la reale applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana sulla non discriminazione delle donne.
Accade che il Comitato Pari Opportunità dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro promuova per l’8 Marzo un’iniziativa, un concerto presso il Teatro Politeama, i cui proventi saranno destinati ad un Centro inserito a livello nazionale nel “Movimento italiano per la Vita”, organizzazione che contrasta apertamente, e spesso con modalità aggressive e violente, l’applicazione di una legge dello Stato che laicamente garantisce il diritto alla scelta per una maternità libera e responsabile.
L’iniziativa, dicono, è contro ogni forma di violenza sulle donne.
Ma non è forse una forma di violenza, questa? Non è violenza negare alla donna il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita? Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui? Chi può decidere, se non la donna stessa se sia in grado o meno di ospitare un altro essere umano dentro di sé, se non la donna stessa, che offre corpo e sangue alla procreazione?Noi siamo per la vita perché siamo donne e la vita ce la portiamo dentro anche quando non la mettiamo al mondo, siamo palingenesi di carne noi, anche se non diventiamo madri. Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo (o meglio vorremmo essere) Libere Cittadine.
Dunque il corpo delle donne è il luogo biopolitico per eccellenza e l’Amministrazione provinciale ci marcia sopra come un caterpillar, mentre la cittadinanza e i movimenti politici (anche quelli di sinistra) sono in stato narcolettico, rispetto al significato simbolico dell’evento promosso.
Desideriamo altresì sottolineare, nel “panorama” tutto locale, che l’ospedale Pugliese di Catanzaro sul numero complessivo del personale, dispone di soli due medici non obiettori (fonte:Emilia Celia, referente regionale Cittadinanza Attiva-Tribunale per i diritti del malato- Catanzaro). Come viene garantita, anche in questo caso, la salute e la libertà di scelta delle donne? Non viene presa in considerazione, dalla struttura ospedaliera, la necessità di bilanciare il diritto all’obiezione di coscienza con la responsabilità professionale e con il diritto di ogni paziente ad accedere tempestivamente a legittime cure mediche ? Pare proprio di no.
Gentile Presidente Ferro,
disconosciamo con forza l’iniziativa dell’Amministrazione provinciale, che porta avanti il solito vessillo di chi non rispetta le scelte altrui e non è avvezzo a una dialettica democratica, ma impone la propria visione del mondo e dell’esistenza alla generalità delle cittadine e dei cittadini. La legge 194 è ancora in vigore: è una legge dello stato, è una conquista delle donne, ha permesso (peraltro) la caduta verticale del tasso di interruzioni di gravidanza nel nostro paese. La richiamiamo, Presidente Ferro, al rispetto di un ruolo istituzionale che ci auguriamo sia prevalente rispetto al suo orientamento personale, religioso e politico e che dovrebbe, prima di tutto tenere conto del dettato normativo e dei suoi principi ispiratori. Scegliere, sotto le mentite spoglie del “contrasto alla violenza”, di finanziare con i soldi della collettività un evento i cui proventi andranno a favore di chi apertamente nega il diritto al pluralismo delle idee, strumentalizzando il significato vero e profondo dell’8 Marzo, ci sembra assai discutibile sul piano istituzionale (ma non solo) e glielo segnaliamo pubblicamente.
Altre considerazioni avremmo potuto esprimere se, ad esempio, si fosse deciso di devolvere il ricavato dell’iniziativa ad un centro antiviolenza, uno dei tanti che rischia la chiusura e che ad oggi, nonostante la legge regionale 20 del 21 Agosto 2007, non ha ricevuto i finanziamenti a sostegno della propria attività. Questa si, che sarebbe un’iniziativa a favore del contrasto alla violenza sulle donne.
"Donne Catanzaresi in Rete"

( nota aggiuntiva: Siamo a dir poco basite per il fatto che, a Catanzaro e dintorni, nessuna-o abbia dato un commento pubblico alla notizia, rilevandone la gravità. Chiediamo pertanto a tutte le amiche e gli amici di sottoscrivere il nostro comunicato, che verrà inviato -con tutte le firme-alla c.a. dell’Amministrazione provinciale. Si puo’ sottoscrivere direttamente su questo blog, oppure inviando mail a suddegenere@hotmail.com. Grazie )

domenica 13 febbraio 2011

SE NON ORA, QUANDO?

Ho deciso, anch'io scenderò nella piazza dei diritti.
Ho deciso che non mi frega nulla dei vizi del premier e se ci sono donne che sono disposte a tutto pur di arrivare ai vertici.
Io scenderò in piazza perchè ogni piccola scelta nella mia vita è sempre stata combattuta e conquistata con lavoro e sacrificio.
Perchè per riuscire ad affermare le mie idee mi sono scontrata sempre con poteri forti e talvolta ho perso... ma ,per questo, non mi sono rassegnata a subire le cose che altri hanno scelto per me.
Voglio un Paese che rispetti le mie idee e ripetti le Donne.
Sono convinta che non esistono donne per bene e donne per male.
Alcune però sono vittime inconsapevoli di uno stereotipo di donna che dopo anni di bombardamento televisivo ha avuto la meglio nell'immaginario di alcuni esemplari di persone appartenti al genere maschile. Oggi scendo in piazza alle 17 in piazza Prefettura a Catanzaro, insieme alle amiche della rete.
E non avremo uno slogan che ci contraddistinguerà ma sarà la nostra faccia a dire chi siamo e cosa vogliamo.
Ci riconoscerete, senz'altro, siamo quelle che hanno mille contraddizioni ed altrettante frustazioni lavorative, quelle che fanno i conti con gli affanni economici di fine mese, siamo quelle che hanno elevate competenze e diversi sogni nel cassetto, siamo quelle che hanno mandato i figli fuori a studiare perchè sanno già, che qui non c'è futuro, siamo quelle donne che ogni giorno incontrate al mercato a tirare sul prezzo delle verdure, perchè "tutto aumenta e non si riesce a tirare avanti con un solo stipendio", siamo quelle che producono un elevato prodotto interno lordo mai quantificato da una società che continua a volerle sempre di più ai suoi margini.
Eppure la disoccupazione femminile al meridione ha raggiunto un tasso superiore al 65%, nonostante le ragazze del sud siano state protagoniste di una grande rivoluzione culturale che ne ha determinato la più elevata percentuale di scolarizzazione dell'intero paese.
E, nonostante gli ottimi risultati scolastici, le donne hanno difficoltà a raggiungere i ruoli direttivi anche a parità di posizioni professionali.
A parità di condizioni di lavoro le donne ricevono compensi nettamente inferiori rispetto ai loro colleghi uomini.
Esiste uno squilibrio generazionale anche nell'occupazione, le donne di fascia d'età 25-44 hanno tassi di occupazione più elevata rispetto a quelle appartenenti alla fascia di età più elevata.
In Italia sta prevalendo l'idea che il merito e la competenza siano degli optionals e che la vicinanza ad un politico determini l'affermazione professionale delle persone e qui non si tratta di discriminazione di genere ma solo di appartenenza ad una cricca.
In Italia la mercificazione è la regola per riuscire nella vita e questo è il modello che ci propinano quotidianamente.
Ecco perchè scendo in piazzia.
SE NON ORA, QUANDO?

mercoledì 29 dicembre 2010

Chi lascia la strada vecchia per la nuova ...



E' stato approvato dal Consiglio Regionale calabrese, qualche giorno prima di natale, il collegato alla manovra finanziaria regionale per l'anno 2011. E' la legge n. 34 del 29.12.20010 che fino a ieri è stata soggetta a rivisitazioni, specie nella parte che riguarda l’accompagnamento alla pensione dei dipendenti regionali.
Infatti, è ampia la platea degli aventi diritto al prepensionamento, con buona pace per il ministro Tremonti, che con la sua manovra finanziaria, al contrario, aveva previsto l'adeguamento agli standard europei dei requisiti anagrafici e contributivi per il diritto alla pensione.
E’ così che si fa, si scarica il costo sociale di una pletora di burocrati regionali, sugli enti previdenziali, si accende qualche mutuo a carico dei cittadini, che in questo caso non è stato neppure quantificato, e si fa spazio nelle dotazioni organiche regionali per le nuove assunzioni o per l’assorbimento di personale con rapporti di co.co.co.
E di rapporti di lavoro suigeneris con la pubblica amministrazione, le partecipate e gli enti subregionali in Calabria ce ne stanno a bizzeffe. Le sentenze della Corte Costituzionale (l'ultima la 324 del 2010), non ci toccano, specie in materia di accesso al lavoro nella pubblica amministrazione. Negli ultimi anni, interi articoli delle leggi regionali su tale argomento, sono stati oggetto di sentenze di illegittimità costituzionale, ma poche norme sono state adeguate. Le clientele elettorali si fanno così, si assume per pseudo concorsi riservati a pochi (bandi affissi solo in bacheche aziendali) o per chiamata diretta con contratti di collaborazione e poi, successivamente, il passaggio nei ruoli regionali viene ratificato con leggi ad hoc, l'art.10 ter del collegato calabrese è l'ultimo esempio. Il costo, naturalmente, è tutto a carico nostro, anche in termini di emigrazione qualificata. Difatti, i migliori professionisti regalati al nord, diventati il valore aggiunto delle regioni leghiste, hanno avuto negato il diritto di arricchire con la loro professionalità la Calabria.
Bisogna fare sacrifici, questa è la finanziaria delle botte da orbi. Anzi, da Irba , è stata introdotta l’imposta regionale sulla benzina. Dal 2011 fare il pieno costerà 0,258 euro in più al litro. L'imposta è stata introdotta insieme al nuovo aumento dell'Irap e dell'addizionale regionale per ripianare il buco sanitario. In Puglia l'introduzione dell' Irba ha come finalità la qualificazione dell'offerta sanitaria, qui , invece, la useremo per tappare i buchi finanziari, stratificati negli anni , grazie alle pratiche clientelare usate nella gestione della sanità pubblica.
Ma, la grande novità, sta nel raddoppio delle sanzioni per chi evade le tasse regionali, al contrario, nel comma successivo , vengono esentati dal pagamento del bollo auto le Associazioni e le onlus, le stesse che hanno contratti milionari con il servizio sanitario regionale. Questa si chiama equità sociale !
La chicca più preziosa della manovra calabrese, però, è rappresentata dall’articolo che riguarda la rimozione delle incompatibilità politiche. Chi è sindaco può anche fare il consigliere regionale e provinciale ma non il parlamentare. Non esiste alcuna incompatibilità nei ruoli, nulla viene lasciato al caso affinché i pacchetti di voti non vadano dispersi. Meno male che tra i proclami ascoltati in questi ultimi mesi c’è anche quello del ringiovanimento della classe politica.
Se le poltrone non vengono mollate dai tromboni di turno come potrà mai rinnovarsi la classe dirigente? Al momento si è optato per l’affermazione della continuità. Perchè cambiare? E' meglio gestire tra pochi intimi le poche risorse disponibili che condividere la gestione della cosa pubblica con una pletora di novellini, capaci di parlare di sviluppo e magari anche di attuare politiche virtuose che farebbero uscire la Calabria dal pantano in cui si trova.
Se le premesse sono queste l'anno che verrà sarà lacrime e sangue sempre e solo per i soliti.

domenica 5 dicembre 2010

SANITA’ E DINTORNI: SE GLI ESEMPI SONO LA FONDAZIONE CAMPANELLA E LA “MATER DOMINI”…


Le opinioni dei cittadini in merito ai rimedi utilizzati o progettati dalla nuova Gestione Commissariale della sanità calabrese, per arginare la migrazione sanitaria ed, in generale, per riorganizzare il Servizio sanitario regionale, continuano ad essere decisamente scettiche.
Contemporaneamente, i conflitti di lavoro che si stanno profilando non lasciano presagire alcunché di buono, tantomeno un miglioramento dell'offerta sanitaria, né che i “Lea” (livelli essenziali di assistenza) possano, in queste incerte condizioni finanziarie, essere garantiti.
Nel tempo, le stratificazioni di clientele e la mercificazione della salute, hanno prodotto un degrado complessivo del sistema, contribuendo, irrimediabilmente, ad accrescere la sfiducia dei cittadini verso i luoghi di cura ad essi più contigui. Rifondare un Sistema sanitario affidabile non sarà facile, benché costituisca l’impegno irrinunciabile di questa convulsa stagione politica ed istituzionale.
Dopo circa tre anni (aprile 2008) dalla prima relazione della Commissione Serra/Riccio, che certificava il disastro economico ed assistenziale rilevato nelle Aziende sanitarie ed ospedaliere calabresi, poco è cambiato.Manca ancora la certezza del “buco” sanitario stratificatosi dal 2001 ad oggi, manca la programmazione concreta della nuova rete ospedaliera regionale e territoriale. Più precisamente: il progetto sembra abbozzato, ma bisogna concretizzarlo con adeguate risorse finanziarie ed umane; e corredarlo di un puntuale crono programma. Manca, sicuramente, una rete informatica aziendale e regionale di controllo, che monitorizzi tutte le attività economiche e assistenziali sanitarie.La linea che il Commissario per la sanità calabrese intende adottare corre su due binari: rigore e responsabilità, ma dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa non è dato capire altro; in sostanza: né come né con quali contenuti saranno riempiti i due concetti di cui, peraltro, si avverte un forte bisogno.
A mio parere, oltre tutto, nonostante le dichiarazioni e le buone intenzioni, continuano ad esistere delle aree che, pur in presenza di evidenti criticità, non vengono neanche rassegnate, tantomeno arginate.
Mi riferisco, tanto per fare qualche esempio, all’Azienda Ospedaliera Mater Domini di Catanzaro ed alla Fondazione Tommaso Campanella.
Insieme, le due strutture, costano alla collettività 75.000.000,00 di euro l’anno. Sarebbe, dunque, interessante conoscere, in una congiuntura di austerity e con alcuni ministri della Repubblica che predicano razionalizzazione e analisi dei costi/benefici della spesa pubblica, i dati di produzione delle due realtà menzionate. Non è il caso di richiamare le tante anomalie giuridiche della Fondazione Campanella, ancora non risolte, e le illegittime commistione gestionali con l’Azienda Mater Domini.
Basti, per dare l’idea, ricordare che la Corte dei Conti, nell’audizione del 27.5.2010, ha relazionato in questi termini a proposito dei danni all’erario contestati alla sanità calabrese: “Da questa cifra viene escluso il caso Fondazione Tommaso Campanella, ente di diritto privato costituito nel 2004 dalla Regione Calabria e dalla Università Magna Grecia di Catanzaro, allo scopo di tramutarlo in IRCSS per le patologie oncologiche. In difetto di accreditamento, l’ente, è stato illegittimamente destinatario di 100 milioni di euro da parte della Regione Calabria”.
La commissione di verifica dei requisiti per l’accreditamento dell’Asp di Catanzaro, a sua volta, non solo non riconosceva l’accreditamento, quanto rilevava che le prestazioni oncologiche erogate erano appena il 40% sulle prestazioni totali effettuate. Questi sono fatti inequivocabili. Ma soffermiamoci sulla riduzione del finanziamento per la Fondazione Campanella, effettuato dalla nuova Giunta regionale. La decisione è stato presentata con clamore e annunci roboanti, quasi, si trattasse di una trovata geniale. Invece si è semplicemente trattato dell’ennesimo vortice di parole cui non seguono conseguenze apprezzabili.
Infatti, non è stata prospettata, fino ad ora, alcuna soluzione concreta, neppure per rimediare alla sentenza d’incostituzionalità della legge regionale n. 11/09 art. 5 e art. 1 l.r. n. 48/09. Si è trattato di un "banale" spostamento di risorse, pari a 10.000.000,00 €, dalla sanità pubblica alla sanità privata. Tant’è che le delibere di Giunta regionale n. 89/2010 e la 392/2010 sono fin troppo chiare nell’ operazione di trasferimento effettuato. Può darsi che in futuro si avranno effetti positivi, ma di certo, oggi , conosciamo solo i dati rilevati dall’Agenas sulla inappropriatezza delle prestazioni sanitarie anche della sanità privata.
Resta il fatto che la Fondazione Campanella, ormai da cinque anni, percepisce denaro pubblico senza avere il requisito indispensabile per poter beneficiare di tale finanziamento. E c’è di più.
Nonostante il Commissariamento della sanità calabrese sia avvenuto da ormai quattro mesi e nonostante la normativa di riferimento implichi la decadenza automatica di tutti i direttori generali ed il conseguente commissariamento delle aziende sanitarie ed ospedaliere pubbliche operanti nel sistema sanitario regionale, per la “Mater Domini” tutto ciò non ha prodotto conseguenze.
L’ex direttore generale della Fondazione Campanella (che gli italiani hanno potuto apprezzare, durante un’indimenticabile puntata di “Report”, quando è stato intervistato dal giornalista Nerazzini) che per oltre tre mesi - durante la precedente Giunta Loiero - ha rivestito il doppio incarico di direttore generale della Mater Domini e direttore della Fondazione Campanella (in pieno conflitto d’interessi) continua a stare al suo posto.
Evidentemente ci sono, tuttora, nella sanità calabrese zone off limits persino per la politica più “innovativa” rispetto ai metodi del passato. Né, d’altro canto, la nomina di un nuovo Direttore per la Fondazione Campanella, ha lasciato intendere che si voglia mettere mano, finalmente, ai nodi che fanno della “Campanella” un mostro giuridico.Il 31 dicembre scadrà, per la Fondazione, l’ulteriore proroga prevista dalla legge regionale n. 48/09 (nonostante i richiami della Corte Costituzionale sopra evidenziati la Regione non si è adeguata alla sentenza n. 267/10), ma all’orizzonte non sembra ci siano novità. Né si ravvisano (neanche lontanamente) i presupposti per la trasformazione della Fondazione in IRCSS.
Insomma, la situazione è in balia del caso. O del più furbo o, peggio, di chi ancora, nonostante la gravità della situazione sanitaria in generale, ritiene che la migliore politica sia quella del non fare o del lasciare che si faccia come sempre si è fatto.
Senza capire che la Calabria non può permettersi più alcuna leggerezza, e che, col federalismo fiscale imperversante e le ristrettezze del bilancio dello Stato e della Regione, se non si compiono per tempo le giuste scelte dietro l’angolo c’è da attendersi soltanto il peggio. E di solito il peggio, purtroppo, si riversa con estrema durezza soltanto sui lavoratori e sui cittadini.

domenica 28 novembre 2010

Ho già contratto un mutuo per pagare casa, devo accenderne un altro per pagare i debiti della Calabria?


Quando un nuovo governo s’insedia ha bisogno di un po’ di tempo per riorganizzarsi rivedere l'assetto burocratico, dopo , subito dopo, comincia a mettere in atto le politiche per le quali si trova a governare . Si suppone che inizi ad attuare, senza tentennamenti, il programma per il quale i cittadini lo hanno votato.
Queste sono anche le regole della democrazia, quello che segue è il bilancio di previsione della nuova giunta calabrese per il 2011 che a quanto pare ipotecherà i nostri redditi per i prossimi venti o trent’anni .
Nella conferenza stampa tenuta nei giorni scorsi dal Presidente Scopelliti e dall’assessore al Bilancio Mancini sono emerse delle priorità improrogabili per le quali la giunta ha acceso un mutuo ventennale di 500 milioni di euro per migliorare le costruzioni e per l’ammodernamento degli uffici giudiziari, caserme dei carabinieri stazioni di polizia e carceri.
Abbiamo scoperto che sarà necessario un altro mutuo per il completamento della cittadella regionale per un importo di 34,2 milioni di euro (ma perché è già in fase di costruzione avanzata?).
Poi si è pensato anche al mondo degl’imprenditori in difficoltà, infatti la Regione si farà garante dei debiti degli imprenditori in difficoltà e le banche, sulla base di una certificazione rilasciata non si capisce bene da chi ( il comunicato dice esattamente così “ otterrà dalla sua banca l’anticipazione dei crediti vantati e “Fincalabra” garantirà gli affidamenti per le imprese in difficoltà, grazie ad un fondo di garanzia finanziato dalla Regione” ) l'unica certezza è la mancata definizione del finanziamento, mi domando:
da dove verranno pescate quest’altre risorse? si accenderà un ennesimo mutuo?
E non finisce qui, si accenderà un altro mutuo di 1,35 mln per vent’anni, questa volta per un programma di finanziamenti per gli edifici di culto, nuove chiese, nuove parrocchie e nuovi oratori.
Eppoi si è pensato a salvarsi anche l'anima, con un bonus alle famiglie bisognose con redditi bassi, infattti, sono stati previsti 10 milioni di euro per aiuti a 10.000 famiglie in condizioni di disagio ovvero 1000 euro annuale a famiglia, per fare cosa? Pagare bollette o acquisti libri di testo per la scuola, così dice il comunicato.(no comment)
Ciliegina sulla torta ultima, ma non per questo meno importante, ci sarà il mutuo trentennale per sanare il disavanzo miliardario lasciato in eredità dalle ultime due legislature, ma di questo nel comunicato non si è parlato, anche se lo sanno anche le pietre di come stanno le cose in materia sanitaria. Anch’io ho acceso un mutuo per pagare la mia casa, come farò a pagare tutti questi debiti? Quelli consapevoli per i quali ho scelto e quelli inconsapevoli fatti sulla mia testa per ragioni che riguardano, suprattutto, la cattiva gestione della cosa pubblica.
Il ministro Maroni, anziché difendersi dagli accostamenti, fatti da Saviano nella trasmissione di Rai3, sulle relazioni che intercorrono tra la Lega e la ‘ndrangheta, avrebbe fatto meglio a stanziare risorse consistenti per rendere più facile il lavoro delle forze dell’ordine e giudiziarie calabresi. Alla faccia del Governo nazionale amico del Presidente Scopelliti! In compenso però , tra scintille e fumo è stato partorito il piano per il Mezzogiorno.
Ho cercato di carpire il contenuto del piano dalle pagine del Sole 24ore e ho capito solo, che i Fas, i fondi destinati alle aree sottutilizzate sono stati ridotti di tanto, anzi di tantissimo, circa 5 miliardi di euro…
Ma restiamo in terra nostra, ho tralasciato le positività della programmazione finanziaria calabrese per il 2011, il personale regionale potrà andare in pensione prima di aver maturato il requisito previsto dalla legge, ha diritto ad un incentivo di 7 mensilità di stipendio all’anno (e 3 mensilità di contributi), il costo non è quantificato (forse si accenderà un altro mutuo). Bisogna vedere se per la sostituzione di queste risorse umane si ricorrerà ai rapporti di Cococo , come finora si è fatto, in barba all'ultima sentenza della Corte Costituzionale (324/2010), oppure, finalmente si razionalizzerà sul serio la burocrazia regionale. Questo, lo scopriremo in seguito.
Aggiungo, ancora, tra le grandi manovre positive, finalmente si provvederà a definire il patrimonio immobiliare della regione e l’avvio di un programma di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare regionale (ma why not non doveva servire a questo??).
Non ho alcuna considerazione da fare, Presidente Scopelliti, quelle le lascio a Nicola Adamo che se non sbaglio fa opposizione e ha contribuito insieme a tanti altri a portare la Calabria sull'orlo del baratro...
io ho solo bisogno di sapere quanto mi costeranno tutti questi mutui che graveranno, senza pietà sui miei redditi e, soprattutto, se devo accendere un altro mutuo per pagare i mutui della Calabria !




martedì 12 ottobre 2010

La povertà della Calabria e l'inesistente politica di genere.

L’incontro delle "Donne Calabresi in rete" tenutosi sabato 9 ottobre a Cosenza alla casa della cultura a difesa della continuità dell’attività dei Centri a sostegno delle donne che hanno subito violenze, è riuscito nel suo intento. Un appuntamento fatto tramite facebook che ha portato a Cosenza un centinaio di donne dalle varie province calabresi.
Singole cittadine e diverse associazioni, accorse numerose da tutte le province della regione e oltre, per impedire la chiusura del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, ma anche per costruire insieme un percorso organico per affermare un concetto di pari opportunità che nella nostra regione fatica a farsi spazio, a cominciare dalla composizione maschile della Giunta e del Consiglio regionale. L'incontro mi ha sollecitato alcune di riflessioni di ordine tecnico e sociale, infatti, un approfondimento alla legge regionale n. 20 del 2007 che promuove le attività dei centri e delle case di accoglienza per le donne che subiscono violenza, è d’obbligo. La legge in esame è innovativa e utile per le strutture alle quali possono rivolgersi tutte le donne, sole o con figli minori, indipendentemente dal loro status giuridico o di cittadinanza, che siano vittime di violenza psicofisica, sessuale, economica o di maltrattamenti.Inoltre, la legge regionale n. 20 all’art.11 prevede la concessione di contributi ai comuni che ne fanno richiesta per la ristrutturazione e l’adeguamento dei beni immobiliari confiscati alla criminalità organizzata da destinare alle strutture di cui agli articoli 4 e 5 della medesima legge.
Insomma, esistono tutti gli strumenti legislativi utili per mettere in atto una rete regionale di centri di accoglienza che porranno fine alle precarie condizione delle attività connesse all’accoglienza delle donne che hanno subito violenza,ma l'organizzazione burocratica regionale blocca l’attuazione della norma. Infatti, il problema è solo burocratico considerato che la legge impegnava il dipartimento interessato alla pubblicazione bando per la partecipazione alla selezione per l’aggiudicazione della delicata attività di protezione entro il 30 di settembre.
Quella stessa burocrazia che non consente alle risorse professionali che pure ci sono (a mio avviso occorrerebbe rivalutare e presto le funzioni delle Equipe socio psico pedagogiche) di effettuare riscontri puntuali, preventivi ed efficaci interventi sul territorio.
Spiace constatare che la sensibilità per le politiche di genere debba essere sollecitata da emergenze contingenti, anziché, essere parte integrante di un programma partecipato e condiviso con le parti sociali.
La solidarietà va organizzata e resa operativa con politiche pubbliche specifiche che, però, al momento, se si guarda alla realtà della Calabria, sono inesistenti o deboli.
Politiche pubbliche sulla complessità dell’universo femminile che, se in Italia è penalizzata, nelle regioni del Mezzogiorno, assumono aspetti ancora più gravi. In particolare sul violato diritto al lavoro occorre una riflessione nuova. Anche da parte delle donne, soprattutto di quelle che sono impegnate in commissioni di parità, istituzioni e associazioni volte a concretizzare i diritti delle donne, calpestati purtroppo non solo in Calabria.
Lo ricordo appena : la donna continua ad essere, nel mercato del lavoro nazionale, un “caso” per il quale il Governo non ha risposte ( si pensi al numero esiguo ed all’alto costo degli asili nido).
La Calabria, poi, ha il record negativo in assoluto delle politiche a sostegno del lavoro femminile e dei giovani, con l’aggravante che la programmazione della formazione professionale non è fatta in relazione ai reali fabbisogni del territorio, ma in base all’offerta.
In Italia ad essere cittadini dimezzati sono soprattutto le donne, che sono la parte preponderante di quel girone infernale che è la precarietà, quel mercato del lavoro parallelo sottratto a qualsiasi sistema legale di protezione. In questa precarietà senza diritti, le donne sono la maggioranza, segregate fin dall’inizio della loro carriera o a causa delle difficoltà del rientro nel mercato del lavoro dopo la maternità.
C’è, inoltre, un divario medio tra le retribuzioni delle donne e quelle degli uomini , a parità di istruzione e di età, del 26 per cento.
Se guardiamo a cosa accade in Calabria, ci accorgiamo dell’umiliazione che vivono tante donne senza lavoro o costrette a subire datori di lavoro privati che, approfittando del bisogno, lucrano più profitto a scapito dei salari, mortificano l’autonomia e la dignità delle donne.
Se la Regione è diventata negli anni soltanto un Ente pubblico di gestione, abbiamo il dovere di lanciare l’allarme. Non per un’inutile polemica, ma per tentare di rimuovere le incrostazioni sedimentate e mettere la Regione, l’intera filiera di soggetti che ha competenze nella promozione delle politiche sociali e il Terzo settore per fortuna molto vitale (ma che non può sostituirsi a tutto!) in condizione di occuparsi delle persone non più con atteggiamento burocratico – assistenziale.

Marisa Palasciano
Donna Calabrese in rete

sabato 25 settembre 2010

“Le Donne Calabresi in Rete si danno appuntamento il 9 ottobre 2010 presso il Centro contro la violenza alle Donne “Roberta Lanzino” a Cosenza ore 16

PUBBLICO SUL MIO BLOG UNA INIZIATIVA NATA PER CASO NELLA RETE A DIFESA DEL CENTRO ANTIVIOLENZA ROBERTA LANZINO. CHI VOLESSE PARTECIPARE AL NOSTRO INCONTRO DEL 9 OTTOBRE AL CENTRO LANZINO A COSENZA INVII UN POST DI ADESIONE.

La Casa Rifugio del Centro Lanzino, a giugno, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il Centro Lanzino è l’unico centro in Calabria attivo da vent’anni, facente parte del Circuito Nazionale dei centri antiviolenza, fondato da donne e nel quale operano solo donne, tutte con alto livello di formazione professionale.
Lo scorso anno sei nuove associazioni che si occupano di violenza alle donne, hanno ricevuto dei finanziamenti, che dovrebbero essere interrotti a novembre 2010, tramite una legge regionale, la n. 20 del 21 agosto 2007 “Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.
Noi tutte ci chiediamo, assieme alle donne del Lanzino, quanti di essi ancora siano realmente attivi, e quali possibilità abbiano di continuare la loro attività, esauriti i contributi regionali.
Noi tutte vogliamo chiedere alle Istituzioni di voler manifestare un reale interesse nell’affrontare e cercare di porre rimedio ai gravi problemi sociali connessi con la violenza alle donne.
In Calabria manca una sensibilizzazione adeguata al problema, manca una cultura organica di contrasto che diventi politica.
Le istituzioni tacciono. Dunque la società civile tutta, in specie le donne, riteniamo debbano interessarsi alla questione, da un lato per sollecitare l’avvio di politiche serie, sistematiche e capillari, di contrasto; dall’altro perché le donne stesse siano partecipi e contribuiscano alla crescita collettiva. Il contrasto alla violenza sulle donne non dev’essere opzionale ma strutturale, non dev’essere intermittente ma continuo.
Ma noi tutte ci poniamo anche altre domande, che riguardano il nostro vivere e lavorare (o non lavorare) in una terra come la nostra. Questo incontro, quindi, ci sembra un’importante occasione perché le donne calabresi comincino ad uscire allo scoperto per fare rete, e anche rumore. Un rumore costruttivo, che giunga alle orecchie di chi abita i palazzi del potere e soprattutto della società civile nel suo complesso, che molto probabilmente necessita di una scossa da quella parte della popolazione, le donne, che troppo spesso non ha voce ed è vittima oltre che del collasso economico anche di quello culturale.
E allora si comincino a tessere le fila di questa rete. Inizieremo con un filo sottile, ma intriso di entusiasmo e partecipazione, destinato a intersecarsi con altri fili sempre piu fittamente intrecciati, fino a diventare una rete solida, capace di produrre risultati concreti in una Calabria che ancora stenta a sentire le voci delle donne – non perché queste voci non esistano, bensì perché esse sono state fino ad ora difficilmente corali.
Chiediamo perciò a tutte le donne calabresi di partecipare all’incontro del 9 ottobre, che molte spontaneamente hanno deciso di organizzare.
L’iniziativa “Donne calabresi in rete” non è voluta o promossa da un´associazione in particolare piuttosto che da un´altra, da nessun ente e da nessun partito, ma è voluta e promossa solamente da donne che, con ogni evidenza, sentono la necessità e l´urgenza di un confronto e di un’azione politica concreta a favore delle donne. “”
Mi piace concludere con una considerazione di Giovanna Vingelli

“Un aspetto cruciale….. è quello del rapporto con le istituzioni: la possibilità che le istituzioni assumano la dimensione di genere nell’elaborazione delle politiche consente di dare risposte non formali in termini di equità, efficienza e trasparenza…”
E noi, le Istituzioni le vogliamo sollecitare.
Denise Celentano e Doriana Righini per Donne Calabresi in Rete

lunedì 26 luglio 2010

SANITA’ E DINTORNI: COME SI CONTINUA A NON GOVERNARE IL SISTEMA SALUTE IN CALABRIA.

La Corte Costituzionale si pronuncia sull’illegittimità dell’art. 5 e 6 della legge regionale n. 11/2009 avente ad oggetto Ripiano del disavanzo di esercizio per l’anno 2008 ed accordo con lo Stato per il rientro dai disavanzi del servizio sanitario regionale, mentre viene presentata la relazione sulla sanità in Consiglio regionale.
Vorrei riflettere sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 267 del 22.7.2010 con la quale sono stati bocciati l’ articolo 5 della l.r n. 11/2009 e l’articolo 1 c.a. della l.r. 48/2009 del piano di rientro della regione Calabria, norme regionali a favore dei dipendenti assunti dalla Fondazione T. Campanella, nella parte in cui prevede che, a seguito della liquidazione della «Fondazione per la ricerca e la cura dei tumori Tommaso Campanella», unità operative allo stato esistenti presso la Fondazione possano entrare a fare parte della struttura sanitaria ed operativa dell’Azienda ospedaliera universitaria Mater Domini e che i rapporti di lavoro dei dirigenti medici e del personale sanitario in atto presso tali unità continuino presso l’Azienda «senza soluzione di continuità»; Mentre la sentenza veniva resa pubblica dalla Corte Costituzionale, in Consiglio regionale il Presidente della Giunta illustrava il “futuro della sanità calabrese”: 23 pagine con cui si ripetono cose già dette, purtroppo senza dare alcuna certezza sul disavanzo. La relazione, tra l’altro, affronta con due pagine ad hoc, la questione Fondazione Campanella. Beninteso, non chiarisce nulla sulla natura giuridica della stessa, di cui dice che è “artatamente definita privata”, né viene indicata la modalità di riduzione dei posti letto. Né contiene alcuna indicazione per la riduzione, a seguito dei trasferimenti delle unità operative, del personale della struttura. Tutto, quindi, molto vago e indeterminato.Il resto della relazione continua sulla stessa linea di sempre, già indicata dall’ex presidente del centro sinistra, genericità e assoluta inconsistenza circa le soluzioni. Slogan e annunci, anche nella parte in cui si dice che nessuno dei manager nominati ha mai avuto incarichi nella sanità calabrese (il primo impegno mantenuto dalla Giunta regionale). L’impressione è di essere ancora in campagna elettorale con la differenza evidente che si confondono le dichiarazioni tra i due schieramenti e le persone si sovrappongono.Cosa succede nella sanità calabrese quando si toccano interessi trasversali e quando si tratta di tutelare le clientele? Succede che l’art. 5 della legge regionale n. 11/2009 presentata dall’allora presidente Loiero, viene poi prorogato con un rigo di legge da un consistente numero di consiglieri dell’allora centro destra con l’aggiunta di qualcuno del centrosinistra.
Oggi, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, il pastrocchio dal quale, questa politica trasversale deve uscire è talmente complesso e ingarbugliato che non basteranno le buone intenzioni proclamate, ma solo coraggio ed onestà intellettuale.
E’ utile andare un attimo indietro di qualche mese, per capire la trasversalità della sanità calabrese e i meccanismi di gestione che ne muovono le sorti.
Nonostante il disastro della sanità, in pieno Piano di rientro, il Consiglio regionale nei 390 emendamenti approvati all’unanimità con la manovra regionale ha varato, tra l’altro, anche una postilla sibillina, che parifica la Fondazione Campanella ad una sorta di “sperimentazione regionale di cui all’art.9 bis del decr.legsl 502/92” e, quindi, ha integrato la legge regionale 19/2009 autorizzando e accreditamento la Fondazione Campanella: una struttura privata, né autorizzata e neanche accreditata, finanziata interamente dal Servizio sanitario regionale. Il tutto per giustificare il finanziamento milionario che viene erogato alla Fondazione, per il quale la Corte dei Conti ha contestato l’erogazione di 100.000.000,00.Di paradosso in paradosso. Da ormai cinque anni il Centro oncologico d’eccellenza, che avrebbe potuto costituire anch’esso un volano per lo sviluppo del territorio, si è dimostrato solo un pozzo senza fondo che alimenta clientele e produce appena il 40%( delibera Asp Catanzaro n.1235 11.8.2009) di attività e neanche di eccellenza, stante quanto riferito agli italiani da Report, la magnifica trasmissione della Gabanelli. E oggi confermata dalla relazione Scopelliti alla pagina 19 la struttura “artatamente definita privata”…
Il pasticcio Fondazione Campanella diventa, così, sempre più complesso e per rimediare ai problemi, la politica, anziché procedere con cognizione e sguardo lungo per costruire un percorso di liceità, si avvita su se stessa, producendo illegittimità incostituzionali. Allora, non ci siamo. Né dal punto di vista formale né economico/giuridico e soprattutto politico. Dal punto di vista formale, mi domando come si può operare una scelta di questa portata senza avere condiviso con l’Università il percorso di liquidazione; dal punto di vista economico, il servizio sanitario della regione Calabria non può continuare a finanziare una struttura a tutti gli effetti non autorizzata né accreditata e con natura giuridica privata. Mentre dal punto di vista politico tutto è confuso.Infatti, la relazione sulla sanità presentata dal neo Governatore, per come è strutturata, continua ad aggirare gli ostacoli, ovvero non risponde alle domande alle quali i calabresi attendono risposte certe e esaustive:
1) A quanto ammonta il disavanzo dal 2001 ad oggi e come è possibile che la Corte dei Conti nella relazione pubblicata il 2010 sul referto sul rendiconto generale della Regione Calabria esercizio finanziario 2008 delibera n. 5 2010 Corte dei Conti conferma il disavanzo a € 1.610,00 milioni di euro,” Tali valori rappresentano la situazione economica aggregata delle Aziende sanitarie e ospedaliere al 31.12.2007,riportata poi nell’ipotesi di “Piano di rientro” proposta dalla Regione” mentre il Presidente Scopelliti nella sua relazione parla di cifre approssimate notevolmente inferiori?
2) Quali sono le strutture ospedaliere da chiudere immediatamente e cosa si farà al loro posto, per dare risposte ai bisogni di salute del territorio?
3) se la riconversione si deve fare, va fatta con un piano industriale di dismissione e di riconversione chiaro con l’indicazione dei tempi di realizzazione , delle risorse risparmiate e reinvestite per la rimodulazione dell’offerta sanitaria e per la formazione del personale? E ad oggi qual è lo sato dell'arte?
4) La Fondazione Campanella verrà messa in liquidazione per come previsto dallo Statuto, visto che non ha raggiunto l’obiettivo del riconoscimento in Ircss alla data del 31.12.2007 poi prorogata al 2009?
5) L’oncologia calabrese sarà pubblica? Oppure pubblica ma con regole di diritto privato?
6) La relazione sul futuro della sanità calabrese, alla pagina 11, elenca le somme assegnate ed erogate alle aziende per l’anno 2007 e le perdite d’esercizio alla voce Fondazione T.Campanella indica una somma assegnata che non è veritiera pari a 50.000.000,00 €, in quanto la stessa con delibera 541/08 è stata rideterminata in € 34.000.000,00. Se le verifiche contabili sono state fatte con tanta superficialità quanto potrà essere attendibile il disavanzo sanitario?
7) Quanto tempo ci vuole per portare la normalità nel sistema salute in Calabria?
8) Dalla relazione emerge che i posti letto del privato sono il 35% del totale, qual è il reale fabbisogno di sanità privata di quali prestazioni private realmente la sanità calabrese ha bisogno?
Insomma, di domande i calabresi ne potrebbero fare altre mille, ma le risposte ancora non ci sono. Se la sanità verrà commissariata passerà ancora altro tempo e forse fra cinque anni saremo ancora qui a discutere delle colpe e delle responsabilità di tutto questo scempio.

Note. Un breve sunto delle attività di denuncia effettuate fin qui.
La prima denuncia fatta all’allora, ministra Livia Turco, dalla Cgil Calabria porta la data dell'1-6-2006, la successiva denuncia invece porta la data del 26.3.2007.Tutto corredato dalla documentazione inerente la vicenda e sollecitando agli organi interessati (Ministro alla salute, Commissione Serra Riccio, Guardia di finanze, Prefettura, Assessorato alla Salute, Corte dei Conti) un intervento autorevole e incisivo al fine di bloccare il percorso di illegittimità intrapreso dalla politica calabrese. Solo la Corte dei Conti è intervenuta sulla faccenda, contestando ai direttori generali del dipartimento, l’erogazione di 100.000.000, 00 di euro ad una struttura privata, senza autorizzazione né accreditamento. Tutto è stato vano e oggi ci troviamo a discutere di salvaguardia dei posti di lavoro di una struttura privata finanziata interamente dal Servizio sanitario regionale che produce meno del 40% di prestazioni oncologiche. Questa sentenza è la dimostrazione che la Calabria è una terra di conquista e che non interessa a nessuno il rispetto delle regole né a destra né a sinistra, perché non possiamo dimenticare chi ha governato le assunzioni negli ultimi due anni , il presidente della Fondazione, infatti, è stato nominato dal Governo di centro sinistra , ma si è candidato nelle elezioni di marzo 2010 con il centro destra incassando oltre 4000 preferenze, basta ricordare la puntata di Exit dedicata dalLa7 alla nostra regione (una regione sotto ricatto).
Per ulteriori approfondimenti lasciare un messaggio nel box.

venerdì 4 giugno 2010

COME NON CAMBIA LA SANITA' IN CALABRIA.

Il Sistema sanitario regionale, così com’è strutturato, organizzato e gestito, sia dal punto di vista politico che burocratico ed in vista dell’ineludibile percorso di federalismo fiscale già avviato e che troverà la Calabria impelagata fino ai capelli nel Piano di rientro dal debito 2001-2007, non è destinato a fare molta strada…
Occorrono strategie nuove da assumere, però, sulla scorta di una valutazione meticolosa e puntuale delle criticità presenti e passate, se non si vuole ripetere gli errori commessi. Le polemiche politiche spesso sono utili solo a scaricare le responsabilità, ma la grave condizione del sistema sanitario impone che nel dibattito entrino in gioco competenze e intelligenze, non è più tempo di slogan politici o promesse da marinaio.
Il commissariamento ormai dovrebbe essere imminente, ma non credo che potrà modificare in meglio l’attuale situazione; qui da modificare è tutto il sistema, ma l’operazione da farsi non è certo agevolata dalla presenza delle identiche persone che muovono le fila ormai da anni e, a quanto pare, neanche in questo senso, ci sono novità rilevanti da evidenziare. Non ci sono idee nuove e non ci sono persone nuove. Da questa constatazione occorre prendere le mosse.
Da ormai tre anni si parla della quantificazione del debito, ma l’unico elemento certo è quanto è emerso dal lavoro di ricognizione del debito fatto dal soggetto attuatore che collaborava con il Commissario all’emergenza, è l'Opcm 3742 del 18.2.2009 che dava atto della conclusione delle attività di rilevazione e dichiarava che il disavanzo della sanità calabrese per il periodo 2001/2007 a quella data ammontava a 1.792 milioni di euro. Un lavoro sul quale si poteva già predisporre un programma per il contenimento del disavanzo strutturale e chiedere il finanziamento per ripianare parte del disavanzo accertato. Questo ci avrebbe anche permesso di risparmiare le spese che si stanno affrontando per l'advisor Kpmg. Ma si è preferito fare come le tre scimmiette ed oggi siamo qui con la classe politica che guarda, impotente, il disastro che ha causato. Si è infatti lasciato trascorrere tutto il 2009, peggiorando il 2010. Questo è stato solo un modo per dilatare i tempi d’intervento sull’organizzazione del lavoro che occorreva fare. La chiave di volta per rimediare a tutte le inefficienze della gestione della cosa pubblica passa dalla riorganizzazione del lavoro. Se sfugge questo passaggio è segno che non si ha chiaro il nuovo quadro politico/istituzionale del Paese: non c’è spazio per altre solidarietà a perdere di cui si è giovata solo una politica passiva e spendacciona mentre l’intera società calabrese si impoveriva e veniva cacciata ai margini dell’Europa.
La riorganizzazione del lavoro deve essere pensata ed attuata in Calabria con un’assunzione di responsabilità finalmente trasparente. La carenza dei controlli della spesa nei settori strategici regionali, la sovrapposizione di competenze e la inefficace organizzazione delle strutture preposte al controllo dell’amministrazione pubblica, determinano la totale mancanza di responsabilità diretta nell’uso delle risorse pubbliche.
Nessuno ha assunto iniziative volte all’implementazione del sistema di contabilità analitica e dei controlli strategici. Purtroppo, anziché promuovere specifici corsi di formazione regionali per il personale, sono state consentite, in parecchie realtà, senza porre limiti, il ricorso a consulenze ben pagate. Oggi con l’intervento degli advisor della Kpmg e l’Agenas la stratificazione della mancata individuazione delle responsabilità è aumentata.
La Corte dei Conti, ormai in tutte le sue relazioni, evidenzia la carenza dei sistema di contabilità economico patrimoniale affiancato al sistema di contabilità analitica per centro di costo, ma non mi pare siano stati assunti provvedimenti consequenziali da nessuno degli organi regionali e aziendali per rimediare a tali deficienze.
I nuclei di valutazione sono un problema comune a tutte le aziende sanitarie, poiché, com‘è noto, gli esperti esterni, purtroppo, non possiedono, competenze specifiche in materia e dal 2000 ad oggi continuano ad essere nominati per affiliazione politica non già per comprovata professionalità. Sarebbe un buon servizio per la democrazia rendere pubblici i loro curricula.
La regia nelle scelte e nell’organizzazione del sistema è mancata e manca tuttora. Il Dipartimento della Tutela della Salute della Regione, avrebbe dovuto promuovere, in maniera sinergica con le aziende della salute, un costante monitoraggio delle attività nodali, al fine di evidenziare la dispersione economica e l’incongruenza dei dati trasmessi, ma cosi non è stato e difficilmente, se i presupposti sono quelli di cui si ha notizia, potrà avvenire. E’ da qui che bisogna iniziare, se si vuole modificare qualcosa.
Un Dipartimento qualificato e sganciato da interessi di “bottega” che abbia la capacità tecnica e professionale indispensabile per supportare la programmazione sanitaria , controllare e verificare la qualità delle prestazioni sanitarie regionali e, quindi, monitorare la spesa.
“Spendere meglio” è uno dei passaggi fondamentali per un programma di politica sanitaria. La spesa sociale e sanitaria deve essere programmate con rigore e serietà. L'esperienza delle Regioni più virtuose, al contrario di quelle dove si concentrano gravi disavanzi, insegna che il vero risanamento non si ottiene con tagli indiscriminati, ma con una seria programmazione sanitaria che passi, senza alcuna remora, per il controllo della qualità della spesa effettuata.
Per la Calabria spendere bene le risorse disponibili diventa, oltre che un dovere verso i cittadini che pagano il più alto costo in termini economici e di cattiva qualità dei servizi, anche un obbligo. I ritardi che hanno caratterizzato la precedente legislatura in tema di sanità, debbono essere assolutamente recuperati, attraverso una politica sana e basata su una efficace programmazione. Riuscire a governare in sinergia con i comuni la programmazione territoriale dell’attività socio sanitaria, collaborando alla costruzione di un sistema integrato che dia risposte concrete ai bisogni della gente, è un punto di partenza e non di arrivo.
La verità è che i comuni in questi anni hanno rinunciato al loro ruolo di programmazione della prevenzione in campo ambientale sociale e sanitario e la politica regionale anziché occuparsi responsabilmente di questi tre pilastri, (il piano sanitario ultimo e mai attuato risale alla Giunta Chiaravalloti) ha viaggiato solo sulle emergenze, senza darsi regole .
Il ripristino della legalità è l’elemento dal quale partire per rimediare a tutte le anomalie introdotte dalle varie leggi regionali.
Ci sono interi articoli di leggi regionali su cui pende il giudizio della Corte Costituzionale. Forse potrebbe essere il momento giusto, magari riscrivendo tante leggi di quelle vigenti e approvare finalmente un testo unico regionale della Salute, anche per porre fine ai tanti provvedimenti amministrativi illegittimi che sono tuttora vigenti.
Una rapida riflessione sull’affaire Fondazione T.Campanella è doverosa.
Anche perché, vista l’origine, l’evoluzione e l’involuzione, essa può essere lo specchio della sanità e di come la politica ha trattato la sanità in Calabria. Appena prima del voto di marzo, la Giunta Loiero ha approvato delle delibere che hanno scatenato l’ ira degli operatori dell’oncologia dell’Ospedale Ciaccio. Una delibera che può essere considerata un’invenzione giuridica sui generis, ovvero la Fondazione Campanella diventava, senza alcun atto propedeutico e senza alcuna normativa di supporto, una “sperimentazione gestionale”. L’altra produceva lo spostamento dell’oncologia del Ciaccio presso la Fondazione Campanella. Ad oggi , però, non c’è stata alcuna revoca o un qualsiasi chiarimento dell’intera vicenda oncologica calabrese. Segno che l’attuale Giunta intende, prima di decidere, andare con i piedi di piombo, o che questa Giunta regionale oltre agli slogan non ha la forza e la competenza per incidere nella sostanza dei problemi? Eppure si è dinanzi ad un megaproblema di cui si conoscono persino le sfumature. Un’oasi di illegittimità pensata dalla Giunta Chiaravalloti e attuata dalla Giunta Loiero. E’ andata in scena, in sostanza, la privatizzazione dell’oncologia calabrese fatta totalmente a spese del servizio sanitario regionale. 100,00 milioni di euro contestati dalla Corte dei Conti per i quali, a quanto pare, ancora la politica preferisce girare intorno. Se si trattano i problemi della sanità come si sta affrontando la questione della Fondazione Campanella non c’è da sperare in un cambiamento di rotta. Si è pensato, invece, che la diminuzione del finanziamento di 10.000.000,00 alla Fondazione Campanella, potesse essere un toccasana per le casse sanitarie. Un modo per eludere i problemi e le scelte.
Le leggi regionali illegittime sulla Fondazione si sono ripetute cosi come le impugnative del Governo dinanzi alla Corte Costituzionale. Finanche i pareri di Comitati giuridici predisposti ad hoc, volti spesso solo a giustificare le elargizioni milionarie, sono controversi e completano il quadro di macroscopiche responsabilità segnalate più volte dalla Corte dei Conti.
Insomma, non ci siamo proprio. E’ necessario che qualcuno si assuma il compito di spiegare come stanno le cose alla signora, il cui reddito familiare supera i 10.000,00€, che deve pagare 70 euro per farsi un controllo mammografico. E bisogna dare pure qualche spiegazione alle vecchiette di un qualsiasi paesino calabrese che pagano un autista per farsi accompagnare all’ospedale più vicino per una visita specialistica. Prima il saccheggio della sanità e l’uso clientelare di risorse finanziarie ed umane, oggi un silenzio contornato da slogan di rinnovamento a cui non segue alcuna scelta concreta. Questo è il punto critico. La Calabria sta vivendo uno dei peggiori periodi di ingiustizia sociale mai conosciuto. Sono le fasce sociali più deboli che giorno dopo giorno vedono sempre più conculcato il diritto costituzionale alla salute. Sul piano generale, l’ipotesi di introdurre nella legislazione nazionale l’istituto del ‘fallimento politico, ossia l’ineleggibilità dei politici locali che abbiano sfondato i bilanci o non garantito servizi adeguati ai costi che i cittadini sopportano( prevista nella legge delega sul federalismo fiscale), a me pare possa essere un segnale forte.
Ma in Calabria ora è necessario avere coraggio. Anzitutto per affrontare gli interessi consolidati e le incrostazioni annose che rendono la sanità un sistema chiuso e refrattario ad ogni sollecitazione al cambiamento. Vi sono dei dirigenti senza titoli che continuano ad occupare incarichi di elevata responsabilità e fanno da muro per ogni possibile innovazione ed introduzione di metodi di lavoro che potrebbero migliorare le prestazioni sia sanitarie che amministrative. L’abitudine di premiare l’appartenenza anziché il merito resta inalterata. Si tratta di uno dei mali endemici della sanità calabrese che induce i migliori ad andarsene verso regioni più attente ed in cui affluisce la più alta emigrazione sanitaria calabrese. I calabresi che emigrano per farsi curare trovano negli ospedali funzionanti del Centro e del Nord del Paese professionalità calabresi mai valorizzate in Calabria e diventate punti di riferimento internazionali.

mercoledì 14 aprile 2010

E' DA QUI CHE RICOMINCIAMO!

Il risultato del 10 per cento (106.646 voti) ottenuto da Pippo Callipo (che guadagna 28.282 voti più delle sue liste) e dai soggetti politici che lo sostenevano (Idv:55.370;Io resto in Calabria:20.443;Lista Bonino Pannella:2551) - considerata la storia politica e sociale della Calabria e il forte bisogno che attraversa la società civile - è a dir poco esaltante.
Costituisce un punto di partenza e non di arrivo su cui lavorare intensamente fin da subito per il prossimo futuro, ad incominciare dalle competizioni elettorali negli enti locali Callipo ha dimostrato che ottenendo oltre 100mila voti, contro tutto e contro tutti, resistendo a pressioni di ogni sorta ed a strategie studiate a tavolino per farlo recedere e che avevano nello slogan immorale del voto utile la manifestazione più evidente, anche in Calabria un'altra politica è possibile.Callipo ha dimostrato che non è vero, come asseriscono la Lega Nord ed alcuni osservatori di stampo lombrosiano, che la società civile calabrese è un aggregato di clienti del tutto privo di senso civico e della benché minima capacità reattiva sul piano dell'impegno politico sano e trasparente. Prendiamo atto, tuttavia, di avere fallito laddove pensavano fosse possibile stringere un patto tra la parte migliore della Calabria e la parte migliore del Paese. Ancora una volta, constatiamo che della questione calabrese, con tutti i suoi tratti arcaici e pericolosi come il connubio tra politica/affari/ criminalità, le Istituzioni nazionali ed i vertici nazionali dei partiti, non hanno inteso occuparsene a partire dal ricambio delle classi dirigenti e dalla valorizzazione di giovani e donne tenuti, anche questa volta, vergognosamente ai margini dello spazio pubblico.Come può una Regione recuperare il ritardo annoso di sviluppo senza la presenza attiva di donne e di giovani? Non dando risposte concrete a domande facili come questa, si dimostra che la politica vive un declino pauroso di cui i cittadini sono chiamati a farsi carico. Callipo, guidando un'aggregazione composita ma coesa sulle linee programmatiche includenti concetti fondamentali come la legalità e lo sviluppo, ha messo a nudo un modo di gestire la cosa pubblica che spesso non vede differenze tra centrodestra e centrosinistra ed ha indicato, nell'utilizzazione produttiva delle risorse pubbliche, una strada percorribile per uscire dal pantano, dall'illegalità e dall'immoralità.
Quanto è accaduto in Calabria col voto del 28/29 marzo, confuta un principio indicato autorevolmente l'altro giorno dagli analisti del'lUnical nel corso di un'attenta analisi del voto. Quello secondo cui ogni 5 anni ( a partire dalla riforma elettorale del 1995) i calabresi penalizzano chi governa: Nisticò, Chiaravalloti, Loiero. L'anomalia consiste nel fatto che, per come si sono combinate le cose, dopo i cinque anni che inizieranno con la nuova legislatura, se non interverranno fatti clamorosi all'interno del Pd in particolare modo, il centrodestra tornerà a vincere. Scopelliti, infatti, non ha solo sconfitto il Pd, ma ha significato la disfatta culturale del centrosinistra, che non è riuscito, pur sapendo che i dati di cui disponevano erano inequivocabili nella previsione della sconfitta, a mutare il corso degli eventi. L'appello a Bersani, perché commissari il Pd dopo il disastro elettorale, lanciato da Fernanda Gigliotti è poco produttivo. Aspettarsi da Roma una soluzione ai problemi calabresi, è l'ultima cosa utile da farsi. Roma, infatti, quando avrebbe potuto dare spazio alle novità calabresi, si è ritirata sull'Aventino e da lì non è mai scesa. Ha guardato, come Nerone, la Calabria del centrosinistra bruciare e disperarsi e infine soccombere. Non sono stati presi in considerazione gli appelli al buon senso lanciati da Di Pietro e da tutti i dirigenti dell'Idv (che pure in Campania si sono dimostrati attenti alle esigenze del Pd). D'altronde, se la Calabria piange Roma non ride. Basti guardare la disfatta non solo elettorale ma anche in termini di assenza di rotta del Pd nazionale. E' dunque, in queste condizioni, figurarsi se il Pd nazionale, con una leadership disorientata come quella attuale, può mai trovare il coraggio di ficcarsi nel caos calabrese. Per far nascere un'opposizione degna di questo nome e lavorare, nel tempo, ad un'alternativa di governo della Regione e degli enti locali nei quali a breve si tornerà a votare, occorre partire da chi nel Pd ha esplicitamente resistito alle scelte assunte o da chi finalmente si è reso conto dell'opportunità perduta con la candidatura di Callipo; da Idv, che rappresenta anche con la sua significativa presenza in Consiglio Regionale una forza politica sana,intraprendente e disposta a non recedere quando in palio ci sono la democrazia e lo sviluppo di un'intera regione; da Callipo, sperando che voglia accettare di occuparsi ancora di politica e, infine, dal mondo variegato, vivace e ricco di proposte ed idee dell'associazionismo in genere.La vittoria del centrodestra sul centrosinistra, come hanno documentato all'Unical l'altro giorno, parte da lontano. E' un dato quasi scontato, considerando la piattezza amministrativa e l'uso clientelare delle risorse di questi cinque sfortunati anni in cui si è avuto un uomo solo al comando e il comando è stato vedi la sanità esercitato malissimo e mai per ma sempre contro i calabresi! Diciamolo in maniera semplice: i leader del Pd sapevano di perdere, ma non volevano cedere il passo a nessun'altra soluzione che non li includesse. Noi ce l'abbiamo messa tutta e pur soddisfatti dell'esito a due cifre, dobbiamo constatare che restano irrisolti due problemi centrali in Calabria: la riaffermazione del principio di legalità da cui la politica, qualsiasi politica, non può prescindete e l'urgenza di aggregare le forze del centrosinistra.Noi abbiamo dimostrato all'Italia che un'altra politica in Calabria può nascere ed è possibile. Non vincente, è vero, come in questo caso, specie in una regione in cui prevale il voto di preferenza con un indice a dir poco scandaloso che si avvicina al 90%, ma fatta di liste pulite e presentabili e di buona volontà per riprendere in mano il destino della Calabria.
In queste condizioni l'onere che si è assunto Callipo, che pure ha conseguito il 10 per cento, classificandosi in Italia come il migliore terzo polista, è stato quasi eroico. E' finita com'è finita. La Calabria rimane un caso nazionale. A noi resta un solo rammarico. Non tanto di non essere riusciti a liberare la Regione dai politici del centrosinistra che l'hanno massacrata e da quelli del centrodestra, la cui performance negative la Calabria ha conosciuto nel periodo 2000/2005, con l'intento precipuo di avviare una stagione nuova all'insegna della legalità, della trasparenza amministrativa e della spesa pubblica finalizzata allo sviluppo. Ma per non essere, almeno per il momento, riusciti a gettare le basi, a partire dal Consiglio Regionale,per un discorso pubblico rinnovato attraverso un'opposizione netta e chiara alle politiche del centrodestra.Temiamo che, nelle condizioni date, le commistioni destra/sinistra condizioneranno la Legislatura e che le partite economiche importanti vedranno gli uni e gli altri in perfetta sintonia ed a perderci saranno i calabresi e la Calabria. A noi è richiesta un'azione di controllo estrema e, se amiamo davvero la Calabria come sempre abbiamo detto e testimoniato, la forza di non mollare la presa, anzi di resistere, resistere, resistere! Perché la Calabria non deve accontentarsi del peggio e non deve ispirarsi a figure politiche di terzo ordine, ma, recuperando la propria memoria storica, deve guardare all'esempio di personaggi come Tommaso Campanella, che hanno segnato l'epoca in cui hanno vissuto e quelle successive, e guardare all'esempio dei tanti calabresi onesti che, in altre regioni o all'estero, dimostrano, con l'impegno del proprio lavoro, di essere utili a se stessi ed alla collettività in cui vivono.

martedì 13 aprile 2010

La Fondazione T. Campanella e gli ultimi colpi di coda del governo Loiero!

Le scelte poco sagge e addirittura le scorciatoie pasticciate che la Giunta regionale uscente ha pensato d’imboccare, rispetto alle problematiche, note ormai anche alle pietre, della Fondazione Tommaso Campanella, mentre c’è una legge impugnata dal Governo davanti alla Corte Costituzionale, rappresentano l’ennesima dimostrazione che, nonostante i disastri combinati nella sanità, fino all’ultimo si è inteso sfidare il buon senso, la logica e l’interesse generale. Cosi la vicenda contorta e infinita della "Campanella" può assurgere a metafora della sanità malata e disamministrata di questi ultimi 5 anni.L’ennesima reazione del Governo (il 2 febbraio il Consiglio dei Ministri ha impugnato la legge regionale n. 48 del 2009 con la quale si prorogava di un anno l’attività della Fondazione Tommaso Campanella, prevista dalla l.r. n. 11- 2009 e già impugnata dallo stesso Consiglio dei ministri), la dice lunga sull’incapacità di programmare l’attività del sistema sanitario regionale. Non si è mai pensato al sistema nella sua interezza, né all’efficienza da realizzare rispettando la legislazione e la trasparenza amministrativa , ma solo a calcoli di cabotaggio elettoralistico e sempre con un’ottica miope. Quasi che sulla Fondazione Campanella non si fossero accesi i riflettori di ‘Report’ (la trasmissione della Gabanelli) o le attenzione di tutte o quasi tutte le Autorità di controllo, Commissioni parlamentari, Corte dei Conti, Governo. Ma c’è di più: benché la sanità sia condizionata da un Piano di rientro che per i calabresi è e sarà per lungo tempo lacrime e sangue, la Giunta regionale, prima di essere licenziata dai calabresi, con delibera n. 254 del 2010, trova il tempo di definire la Fondazione Tommaso Campanella “una sperimentazione gestionale” tra due enti pubblici. Insomma, siamo al ridicolo! Sarebbe opportuno che gli estensori della delibera si andassero a rileggere, prima di preparare gli scatoloni del trasloco, l’art.9 bis del decreto legislativo 502/92. La sperimentazione gestionale si effettua tra pubblico e privato, non tra pubblico e pubblico; e la Fondazione Campanella, per chi non lo sapesse o volesse far finta di ignorarlo, è interamente costituita da due enti pubblici; quindi, mancano i presupposti sostanziali perché detta delibera abbia il benché minimo fondamento. Oltre a essere deficiente di quelli giuridici relativi alla inesistente programmazione regionale. E’ appena il caso di rammentare (anche perché i prossimi amministratori della Regione possano regolarsi nel rispetto anzitutto delle leggi) che l’’intera vicenda della Fondazione Campanella è sotto la lente d’ingrandimento della Corte dei Conti e della Guardia di Finanza per le contestazioni mosse ai dirigenti che dal 2006 ad oggi hanno erogato 91.000.000,00 di euro ad una struttura privata senza che la stessa fosse accreditata né autorizzata.Struttura privata messa in piedi nel 2004, i cui soci fondatori sono la Regione Calabria e l’Università Magna Grecia. La Fondazione ha natura giuridica privata, finanziata interamente dal Servizio sanitario regionale. La Fondazione T.Campanella per la sua gestione utilizza tutti gli strumenti del diritto privato, infatti le assunzioni e gli acquisti vengono fatti come se si trattasse di un’azienda privata. E siamo davvero al colmo: con i soldi di noi tutti c’’è chi fa a suo gradimento il bello ed il cattivo tempo. Occorre ribadire in questa regione che il diritto al lavoro non può essere mercificato dalla politica, eludendo lo spirito e la forma delle leggi e inoltre che, negli enti pubblici, occorre effettuare concorsi cui tutti possano partecipare.Gli ultimi colpi di coda della Giunta Loiero dimostrano quanta poca considerazione si è avuto riguardo alla programmazione complessiva della sanità regionale, alla legittimità e correttezza degli atti, alla mancanza di trasparenza anche nel percorso adottato per l’intera oncologia calabrese, nonché della mancanza di partecipazione sociale ai processi di cambiamento che il momento specifico e la gravità delle questioni immancabilmente richiedeva. Infatti, anche la successiva delibera di Giunta regionale, la 255/2010, completa il quadro delle illegittimità già avviato con la precedente delibera, allorché definisce la costruzione del nuovo Ospedale a Germaneto in prossimità dell’attuale azienda Mater Domini e dispone l’accorpamento di due strutture, una avente natura giuridica pubblica e l’altra (la Fondazione Campanella) privata. Con un colpo di spugna, detta delibera, cancella tutte le incostituzionalità e le illegittimità contestate dal Ministero della Salute , dalla Corte Costituzionale e per finire le contestazioni per danno all’erario già prospettate dalla Corte dei Conti. ll tutto, per giustificare il finanziamento pubblico milionario destinato ad una struttura che agisce privatisticamente e che produce appena il 40% di attività oncologica (delibera Asp Catanzaro n.1235 11.8.2009). Di paradosso in paradosso. Da oltre cinque anni, il ‘Centro oncologico d’eccellenza è terreno di speculazioni indicibili che, mentre non fanno avvicinare di un solo millimetro la Calabria all’obiettivo principale (realizzare un polo d’eccellenza nell’oncologia) evidenziano quasi plasticamente e fino alla fine qual è stata la relazione tra la politica e la sanità in questa terra: assistenziale, clientelare, spendacciona e il più delle volte irriguardosa di leggi e principi costituzionali.

mercoledì 24 marzo 2010

UN PATTO NAZIONALE PER LA CALABRIA

Occorrerà lavorare immediatamente, con l’aiuto della Calabria migliore, alla stesura di un Patto nazionale per la Calabria, regione che nel Sud è un “caso” a sè. Lo dicono gli indicatori economici più seri, le statistiche, le previsioni, l’analisi di quasi tutti gli osservatori di fatti politici ed economici. E’ d’altronde illusorio ritenere che la Calabria possa vincere i suoi drammi sociali da sola. Ancora per una fase che potrà non essere breve dovremo richiedere e fare buon uso della solidarietà nazionale ed europea. Abbiamo problemi strutturali annosi. Alla condizione, però, che la solidarietà e gli aiuti esterni siano indirizzati non a scopi indifferenziati o assistenziali, ma all’ampliamento e all’ispessimento della base produttiva. Un Patto per la Calabria col Paese, lungo direttrici programmatiche in cui lo sviluppo viaggi assieme ad una nuova moralità della politica. Noi dobbiamo liberare la Calabria da una sindrome di autoreferenzialità e aprirla ai mercati e indurre le sue intelligenze al confronto col resto del mondo. Ci arricchiremo noi e si arricchiranno i nostri interlocutori. Abbattendo la spesa improduttiva, si può fare, avendo sempre chiaro l’obiettivo di ampliare l’occupazione perché non possiamo consentire la Calabria diventi di punto in bianco una polveriera fuori controllo, un investimento su alcuni importanti progetti innovativi che possano significare sviluppo produttivo.
L’assistenza che la Calabria ha avuto finora, attraverso canali politici, ha depresso molte delle sue forze, istituzionali, sociali, culturali.Dobbiamo avere l’energia, la voglia e la perseveranza di voltar pagina. Capendo che lo sviluppo deve essere moderno,autentico e che per essere tale deve poter competere nel mercato nazionale ed europeo. Se la Regione dimostra serietà, impiegando bene le risorse e facendo vedere al Paese i risultati di cui siamo capaci, altri, a iniziare dal Governo, non potranno pretendere di collocare nel nostro territorio soltanto opere faraoniche multimiliardarie che non servono al Paese e che alla Calabria rischiano di provocare uno sconvolgimento ambientale d’inaudite proporzioni. La Calabria, per rivendicare sul serio autonomia e piena autodeterminazione, deve ridurre lo scarto tra produzione e consumi ed eliminare i tratti del sottosviluppo e della dipendenza economica che connotano il nostro sistema produttivo.

mercoledì 17 marzo 2010

LA SANITA' CALABRESE MESSA IN LIQUIDAZIONE!

La Sanità calabrese, in questi giorni, è messa in liquidazione. Niente da invidiare ai suk mediorientali. La sanità è diventata la merce di scambio preferita dal Governo regionale e dagli interessi organizzatiti sul territorio che, dinanzi a una politica nel suo insieme fragile e frantumata, hanno facile gioco nel dettare le loro condizioni che spesso non coincidono con gli interessi generali dei calabresi. Tutto sembra essere disponibile e niente è salvaguardato in questo clima elettorale; così, nonostante dobbiamo pagare un debito di circa 2 miliardi di euro, si continua a speculare sulla sanità e sulle inefficienze finanziate con i soldi del calabresi. I quali per farsi curare debbono emigrare e in cambio delle tasse che pagano non ricevono prestazioni idonee. I saldi di fine stagione vanno forte di questi tempi: le farmacie minacciano la serrata e, poco dopo, la Regione ritorna immediatamente sulle proprie decisioni.
Un bell’esempio di eticità della spesa pubblica e di nuova visione delle problematiche sanitarie. Ma tant’è.
A nessuno si rifiuta un accreditamento, una stabilizzazione e una transazione milionaria, come le prestazioni dei privati effettuate oltre il budget previsto nei contratti.
Ci auguriamo tutti che finisca al più presto la campagna elettorale. Sarebbe dovuta essere l’occasione per discutere delle soluzioni per uscire dal megadebito e invece è causa di ulteriori sprofondamenti finanziari. Chi andrà al governo della Regione dopo il voto del 28/29 marzo avrà in eredità il disastro della sanità al suo massimo fulgore, e non sarà facile azzerare tutte le incongruenze, vecchie e nuove, e ripartire per bene.
Sarebbe necessario porre fine a questo mercimonio del sistema sanitario pubblico e ritornare ai canoni della responsabilità e della buona amministrazione. Ma tutti, proprio tutti, utilizzano e godono di ciò che è della collettività come se fosse proprio. Ad ognuno dei soggetti che hanno ruolo nella sanità, l’insieme sembra non interessare, si insegue soltanto l’obiettivo particolare e se per conseguirlo si pregiudica l’interesse generale non importa. E’ l’apoteosi dei rapporto di forza, in questo clima elettorale. I privati accreditati che riescono, con abilità sperimentata, a far pesare nella trattativa il loro peso elettorale fanno risultato; i “meno politicizzati” , nel senso che hanno poche entrature nel Palazzo della Regione, rimangono al palo, tanto discriminati da rischiare l’esistenza stessa delle loro aziende.
Altro che eguaglianza o parità di trattamento, i principi della Costituzione sono calpestati.
Sono queste le immagini che scorrono sullo schermo calabrese in questo periodo di elezioni. Quando, specie nella sanità calabrese, non di trattative nei corridoi, rapporti di forza, pacchetti di voto da spostare, dovrebbe discutersi, ma di ben altro.
Invece di pensare alla salute della gente, a come far funzionare le strutture, a come correggere un Piano di rientro, che sembra essere stato confezionato seguendo i canoni classici del manuale Cencelli sui tagli da farsi (tagli che, anziché andare nella direzione degli sprechi, vanno a incidere direttamente sui bisogni dei cittadini), si utilizza ancora oggi la sanità come spazio di caccia per voti e consenso clientelare. Questo sembra il momento delle fumisterie e dei maghi. Si lascia intendere che l’inaugurazione dei 15 posti di riabilitazione al San Biagio di Chiaravalle siano l’inizio della Casa della Salute; niente di più sbagliato. Le risorse usate per la ristrutturazione del reparto, provengono, infatti, da quelle previste dal commissario all’emergenza per la messa in sicurezza del San Biagio. Dei 47.000.000,00 di euro destinati per la Casa della Salute di Chiaravalle non esiste traccia, se non in una delibera che individua le risorse e le Case della Salute senza però definire i tempi entro cui la struttura sarà operativa né le modalità organizzative; e siccome si tratta di somme non più vincolate niente di più facile che possano essere usate per altri scopi. La domanda da cui partire, se prevalesse la ragionevolezza e non l’ansia elettorale, è: il fabbisogno sanitario del territorio è stato soddisfatto? Oppure, ancora oggi, gli abitanti più svantaggiati dei paesi interessati continuano ad ‘affittare’ un autista per farsi accompagnare all’ospedale di Catanzaro o a Germaneto per effettuare delle prestazioni di modesta portata che potrebbero essere risolte sul territorio? Una domanda semplice che, però, guarda caso, è sistematicamente elusa. E’ sulle domande facili che cade l’organizzazione politica e burocratica della sanità calabrese. E sarebbe ora che quelle domande iniziasse a porle la buona politica.
Bisogna raccogliere il consenso della gente non con le parole ma con i fatti. La qualità della democrazia ( e della vita), nonché della trasparenza amministrativa in una regione si misurano soprattutto dai servizi socio sanitari offerti, che soddisfino i bisogni reali della gente e non quelli indotti dall’offerta del mercato o dai giri perversi della politica. L’unico argine che finora è stato posto alla spreco è stato l’aumento delle addizionali regionali e l’introduzione dei ticket per i redditi al di sopra dei 10.000,00 euro, ma qualcuno si è chiesto quante donne delle fasce di reddito comprese tra i 10.000, e i 25.000,00 rinviano i controlli mammografici a causa del costo del ticket? 40,00 sono una cifra considerevole.
E spesso le donne rinunciano alla prevenzione per favorire altre prestazione specialistiche urgenti dei propri congiunti. Questa si chiama ingiustizia sociale. Ed è solo un esempio emblematico di come la politica non risponda alla gente ma a se stessa; siamo stanchi di annunci e di fuochi d’artificio. La sanità in Calabria non può continuare ad essere trattata come terra di nessuno, dove le leggi e le regole diventano ostacoli e quando non rispondono ad interessi particolari e organizzati vengono modificate o annullate.
Dinanzi all’impazzimento della politica dinanzi al caos finanziario della sanità, occorrono interventi urgenti che pongano fine al dilagare dell’improvvisazione e del pressappochismo. L’ipotesi di introdurre nella legislazione nazionale l’istituto del ‘fallimento politico, ossia l’ineleggibilità dei politici locali che abbiano sfondato i bilanci o non garantito servizi adeguati ai costi che i cittadini sopportano( prevista nella legge delega sul federalismo fiscale) a me pare, giunti a questo punto, un primo segnale forte. Ma non si può seguitare a rinviare ogni scelta che, in qualche modo, potrebbe farci capire che, per davvero e finalmente, dinanzi all’abisso in cui la sanità si trova si vogliano fare i primi passi indietro.

lunedì 15 marzo 2010

LA GRANDE AREA CATANZARO-LAMEZIA: UN’OCCASIONE PER LA CALABRIA

Verso la “Grande Area Catanzaro-Lamezia”. I passi fatti fin qui sono importanti. Dopo 40 anni di regionalismo dai risultati deludenti (l’Ente Regione senza un’unica sede, fragilità economico-sociale delle comunità che gravitano nell’area baricentrica, scarsa coesione per essere identificati quale provincia strategica della Calabria), la Regione che verrà, dovrà impegnarsi per dare ulteriori impulsi al lavoro egregio fatto dai sindaci, dalle forze sociali e dalle altre istanze del territorio.
E’ necessario - come sottolinea la Cgil - costruire una convergenza di interessi, al fine di creare opportunità di sviluppo per questo territorio e, di conseguenza, per l’intera Calabria. Diciamolo subito: se la Calabria è disgregata, lo è anche perché la sua area centrale non ha alcun tratto che la possa configurare come area dinamica e moderna. Lamezia è una città simbolo del fallimento delle politiche di industrializzazione calate dall’alto negli anni ‘70. Una città centrale della Calabria. mai messa nelle condizioni di valorizzare le sue peculiarità produttive, cosi oggi, nonostante l’impegno di Gianni Speranza, è angustiata da decine di emergenze, oppressa dalla ‘ndrangheta. Una città che con politiche cooperative e con un’azione di sostegno mirata, può riscattarsi e rilanciare il suo sviluppo con benefici per l’intera provincia di cui Catanzaro, con le sue specificità amministrative e di servizio, è, tra l’altro, il capoluogo sofferente della Calabria. A cui, però, non servono leggi dal sapore elettoralistico, ma interventi finanziari e un’azione politica che le consenta di svolgere appieno il ruolo di guida politica ed istituzionale della Calabria che lo Statuto della Regione le assegna.
La crisi c’è (è persino odioso negarla come fa il Governo) ed ha inciso gravemente anche in questo territorio. Lo si evince dal calo della richiesta di acquisizione da parte delle aziende di lotti all’interno dell’area industriale di Lamezia e dalla disoccupazione galoppante che interessa Catanzaro e l’intera provincia. Da questa crisi occorre ripartire. Se c’è una opportunità da cogliere in questo contesto, è misurarsi sulla reale volontà e capacità di tutti i soggetti istituzionali e sociali di mettersi insieme per costruire il cambiamento. Fare rete, è la parola d’ordine su cui bisognerebbe puntare. Non ci si può dividere su posizioni anacronistiche o nella competizione sciocca tra Lamezia e Catanzaro. Le due città hanno in comune il futuro. La Regione ha compreso che qui occorre fare investimenti cospicui e su questa strada occorre insistere. Se si procede separatamente, il rischio è quello di rimanere isolati e di concretizzare poco. C’è invece da prepararsi bene, per cogliere le opportunità dei fondi europei, approfittare delle misure di agevolazione fiscale per le imprese. Ecco il punto: quest’area, con una forte disoccupazione, deve avere il coraggio di scommettere sull’investimento produttivo, la politica deve cambiare passo, eliminando l’assistenzialismo e il clientelismo e puntando ad una destinazione produttiva delle risorse.
Solo creando sviluppo produttivo si può avere occupazione duratura. Le opportunità che offre Lamezia ed il suo hinterland sono notevoli: si tratta di un’area vasta ad alta densità abitativa, fortemente dinamica, allacciata al resto del Paese da una rete infrastrutturale di rilievo ma carente in qualità. Non servono nuove grandi infrastrutture. Occorre migliorare ed adeguare le esistenti. Anzitutto: l’’A3: la cui modernizzazione rimane una priorità.
La tratta che interessa questo territorio è ferma da anni. La Ferrovia: l’alta velocità non può e non deve fermarsi a Battipaglia, ma occorre elettrificare e potenziare la Rete. L’Aeroporto: bisogna maggiormente investire per ampliare le piste, aumentare gli scali nazionali ed internazionali connetterlo in un sistema integrato con le infrastrutture esistenti.
Queste infrastrutture, insieme alle altre esistenti, penso alla SS18 e alla SS280, vanno collegate tra di loro. Occorrono piccole infrastrutture, soprattutto c’è da potenziare la rete dei servizi. Intorno all’A3, nei pressi dell’aera industriale, è possibile pensare ad un autoparco.
È un servizio fondamentale se si vuole potenziare il cargo aeroportuale e il trasporto merci su strada e su ferrovia. E’ buona l’idea di una vasta area attrezzata, con servizi di qualità come lo scarico e lo smistamento delle merci, un’autofficina, il soccorso stradale e idonee strutture ricettive. Sarebbe un incentivo straordinario, per ottimizzare ed indirizzare il traffico merci proveniente dagli aeroporti di Reggio Calabria e Crotone, dal Porto di Gioia Tauro e Vibo, dalla Sicilia così come dal Nord della Regione. L’idea è quella di creare un grande piattaforma logistica al centro della Calabria. Inoltre l’A3 necessita di collegamenti più funzionali con la SS18 e la SS280 e con l’area industriale. La SS/280 è importantissima per collegare il Lamentino con Catanzaro, così come in questo senso devono andare gli investimenti sulla rete ferroviaria. La tratta che va da Catanzaro Lido a Lamezia Terme, è stata ammodernata solo in parte fino a Settingiano. Bisogna completare la tratta tra Settingiano e Sant’Eufemia, pensando anche al collegamento tra la ferrovia e l’aeroporto.
A tal proposito, è necessario riprendere la discussione e le relative iniziative, per la realizzazione della metropolitana di superficie tra S. Eufemia e Catanzaro, valorizzando le fermate intermedie dei comuni, dove già sorgono le vecchie stazioni ferroviarie, ammodernando e ottimizzando il tracciato già esistente. Ciò consentirebbe una maggiore e più dinamica mobilità tra i cittadini dell’hinterland catanzarese e di quello lamentino. E’ necessario abbassare i tempi di percorrenza dei treni con opere di adeguamento ed ammodernamento sia dei binari che dei mezzi. Sul tema del trasporto aereo, così come su altre questioni (penso alla sanità), in Calabria bisogna assumere delle scelte coraggiose.
Non si può pensare ad un aeroporto per ogni provincia. Bisogna adottare, invece, un unico Sistema Aeroportuale Calabrese guidato da una sola società (o integrare le esistenti), che attorno all’aeroporto di Lamezia permetta l’aumento del cargo, quindi del trasporto merci, e che si colleghi con gli altri aeroporti in termini di differenziazione delle offerte ai passeggeri e alle aziende. I servizi vanno intensificati. Manca un sistema integrato dei trasporti tra le grandi città della provincia. L’idea di un’unica società provinciale per il Trasposto Pubblico Locale è auspicabile.
Il sindacato ha dichiarato di essere disponibile a fare la sua parte. Ma le opere infrastrutturali non sono sufficienti a creare terreno fertile per lo sviluppo. Il contesto sociale ed economico non è indifferente. E’ necessario partire dalle risorse che il territorio offre, dalla sua vocazione produttiva. Lamezia ha una forte vocazione agroalimentare da incentivare attraverso l’offerta di servizi alle imprese e di sostegno economico per chi vuole investire. L’idea della Provincia, di utilizzare il microcredito, andrebbe sperimentata soprattutto nel Lametino.
Le aziende che si insediano qui, pagano un prezzo più alto del resto del Paese per il deficit di servizi a loro disposizione e le tasse regionali più elevate d’Italia. La stessa area industriale in questo è carente. Le offerte di servizi comuni, come gli allacci alla rete idrica, a quella telefonica e ad internet, la vigilanza, la semplificazione burocratica potrebbero rappresentare un abbattimento sostanziale dei costi di insediamento e di produzione delle aziende. Bisogna attivare inoltre politiche di incentivazione alle nuove imprese, in questo senso la Zona Franca Urbana individuata nella città di Lamezia risponde a tali esigenze. Bisogna pensare ad un sistema locale e provinciale di offerta turistica nella ricerca e nella riscoperta della bellezza paesaggistica, della storia e delle tradizioni culturali.
Va migliorato però il contesto. Senza dimenticare l’arredo urbano, la pulizia delle città, il paesaggio. Serve una politica che combatta l’abusivismo edilizio, specie sulle coste, tutelare l’ambiente. Uscire dall’emergenza depuratori. E’ indispensabile implementare la raccolta differenziate e regolamentare le discariche. Rendere funzionale il ciclo integrato dei rifiuti e delle acque. Attivare politiche di green economy, educare i cittadini all’ecologia ed al rispetto dell’ambiente. Anche l’ambiente dentro il quale incentivare lo sviluppo del territorio non è indifferente. La ricerca va potenziata legandola a politiche per creare occasioni occupazionali. Va indirizzata in sinergia con le aziende, attraverso studi di settore che indichino quali figure professionali sono necessarie, serve attivare piani di formazione professionale a livello provinciale.
La Provincia si deve dotare di un Piano formativo concertato con le imprese e con le organizzazioni sindacali. La scuola e l’Università assumono un ruolo strategico, se connesse al mondo del lavoro. Mettere in rete le scuole della provincia per differenziare l’offerta formativa, diventa fondamentale. Così come rafforzare la rete dei servizi sociali al fine di fronteggiare i bisogni. Pensiamo all’integrazione tra giovani ed anziani, tra gli immigrati, in particolare alla questione Rom. Servirebbe a migliorare l’humus dentro il quale accrescere politiche di sviluppo. Laddove ci sono fenomeni di emarginazione sociale diventa più difficile attrarre investimenti. E c’è il vasto tema della legalità e della sicurezza. Le analisi dicono che la criminalità non è in crisi, cresce anche attraverso le estorsioni che nella provincia non sono cessate. Va sostenuta l’ Associazione lametina antiracket per il sostegno a tutti i commercianti che non vogliono piegarsi alla prepotenza delle cosche. Cresce in misura esponenziale l’usura, soprattutto per le difficoltà di accesso al credito da parte dei cittadini e delle imprese.
La ‘ndrangheta continua a condizionare il sistema degli appalti pubblici. Le Banche devono svolgere un ruolo di supporto all’economia e di contrasto alla criminalità. Non possono chiudersi a riccio. Fare dell’istmo Catanzaro/Lamezia un polo urbano allargato, dotato di servizi efficienti e moderno, significa indicare un modello di città aperta a questa parte del Sud. Queste sfide sono difficili, ma ce la possiamo fare. E’ necessario però che le Istituzioni, la politica e le forze sociali, procedano unitariamente.